Apnea e inchiostro. Appunti su Alessandro Oliviero – Ivan D’Urso


Apnea e inchiostro. Appunti su Alessandro Oliviero – Ivan D’Urso

 

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Come stare ad occhi chiusi sott’acqua, dimenticandoci per un istante dell’ossigeno.
È questo che la poesia di Alessandro Oliviero suggerisce al lettore. Il testo Mi uccido appena (Kammer Edizioni, Bologna 2016) è come quelle droghe il cui sballo pretende di essere consumato in pochi istanti. Intensi, passionali, abbastanza sinceri per rispecchiarci in quello che ci circonda, abbastanza espliciti per rinnegarli a messa a fuoco calibrata.
 
La lettura è scorrevole, benché incisa con una passione degna della peggior gioventù. Rabbia, desiderio e malinconia vibrano come un unico grande treno in corsa. I vagoni sono le poesie, scandite da titoli simili a countdown. Altre con date, che ricordano epitaffi di tormenti passati. E tra queste, anche l’ironia terrificante della propria confusione, che si sottomette ad un’identità rarefatta ma corposa che inneggia “boh”.
 
È una storia segreta, come quella del Capitan Isacco. Un tentativo disperato per riavere qualcosa indietro. Qualcosa che forse non si è mai avuto. L’occasione di sentirsi naufraghi tra i propri versi. Nel riflesso di un io nascosto che soltanto la carta ci può rendere indietro.
 
I suoi versi odorano di salsedine, i parallelismi con il mare sono quelli di chi ha conosciuto l’abisso della propria interiorità, di chi ha inseguito passioni così intense da avventurarsi dove l’anima non tocca.
 
Oliviero scrive: «Quando il mondo avrà esaurito le parole degli uomini, sarà costretto ad utilizzare quelle dei poeti».
Neanche tra le righe dei testi sacri si troverebbe minaccia più temibile. Le parole dei poeti sono imbarcazioni fatte per affondare. Non trasportano da una riva all’altra, ma dall’alto al basso, e dal basso di nuovo verso la superficie, verso il ricordarci dell’imperativo della nostra natura: respirare.
 
Mi uccido appena risulta alla lettura piacevole e nostalgico. Riportando alla luce parti che si pensavano perdute, lasciate andare alla deriva. Uccise. Il più delle volte dalle nostre mani, con una penna tra le dita.
E cosa è dunque la poesia se non questo alchemico procedimento? Se non l’episodio pilota della nostra morte giornaliera? Il suo trailer e la sua degustazione.
Alessandro Oliviero preannuncia questo tempo:
 
«non avevi niente di tuo a parte il dolore».
 
In queste parole troviamo il senso, e forse anche il movente.
Per lasciarsi uccidere.
 
Appena.

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