Che mai ne sappia il muro – Stefano Andretta

Che mai ne sappia il muro – Stefano Andretta

Che mai ne sappia il muro
cassatelle pastiera
invertebrato etereo smalto
in una notte a Regalbuto
è notte sai, potresti? Potremmo.
Del gesto epifanico
sopravvissute luci ammantano
ieratico com’era il gesto
benedetto martire che fui
volgendo a termine l’amata
mia rovina salice
che stretta come l’albero equestre
del maneggio aperto
tachicardia pedestre allenamento
dalla palestra esci e mi sorridi
il peso di una vita e della
gioventù smarrita ch’è arenata
adesso spesso resto immoto
or più rasserenato Pasqua
è sempre un bel campeggio
Dio non c’è del tempo s’annulla
se la stessa cosa muore è peggio
innesto te la vedi tu poeta
armeggio con le brache a dirimpetto
mia Marianna tenue scorsi
una marea da cerbottana
sulla panca che fai i pesi molli
correttivi i passi la colonna
la kinesi e più la matematica
annotata su quaderno quand’è
che amore sia sarà per questo
presto detto mai vorrei finisse
il fisico ci vuole pus la bestia
spreme il lavorìo mancato
che sequestra fetta dieta non più
rimasticar la seta e il dito di una sarta
mia vicina è brava credi non è
fumo carnevale sopravvive grazie
è vero d’un mio amore
disvoluto e nero quanto pece
la diremmo Eppur non è
che sol metafora di piede
un passo che di sole il raggio
ahimé d’un animella in pena
inutile addolcirsi strenua liturgia
perché dal cuore rivestito mastica
sanguigno la parete rotta il vaso
traboccante da una goccia risaputa
d’ora basta oh! Ora basta
metti fine all’intemperia io non voglio
esser più la voce esausta morente
invece sento il flusso
manca la coscienza d’ignoranza
fretta lo scomposto retroterra
puff cut off che la componi
l’amore tesoro cos’hai ti voglio ti amo!
menagramo d’un menagramo
mi ami cosi? Come vorrei…
L’amico scribacchia e io
imbratto le mura alle cadenze sciocche
di una nenia partoriente
costa il sentimento mento col talento
altrui vorrei servire ma servo no
le cause dotte e un pugno di letture
amorfe qui descritte alle slavine
di una paresi in boccoli
piastrati d’una cosa e il suo contrario
mal riposa il sonno giunco
ca passa la china inutilmente
dalla mattina alla sera
dalla sera alla mattina.

One Comment

  1. Una poesia impossibile. Nessun inizio, nessuna fine, niente strofe, assenza di uno standard nella punteggiatura e nel verso.
    Un grosso epitaffio che parla d’amore nell’unico enunciato possibile per l’uomo: la tautologia. La proposizione tautologica, infatti, non ha significato (“ti amo perché ti amo”, diceva Barthes) – eppure è talmente bella perché rappresenta il nulla, ciò che non ha origine; come quest’illeggibile poesia calata nel senso, la congiunzione primitiva tra amore e mente. Così sono tutti i gesti sommessi e le memorie dell’amore in questo componimento: lo stream of consciousness, la musica spregiudicata dell’elevazione.

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