Del poeta, o il negativo dello stile – Sergio Sollima

Del poeta, o il negativo dello stile – Sergio Sollima

 

I

 

Pensare l’altro come un soggetto:
il contrario della smemoratezza.
Theodor Wiesengrund Adorno, Minima moralia

 

 

Un margine di inadeguatezza è alla radice dell’atteggiamento poetico, del disporsi poeticamente di fronte alle cose del mondo. La poesia coglie i contrasti, fa brillare l’opacità dell’esistente, scorge l’ombra che si addensa dove per gli altri è la luce rassicurante; il tenue filo sul quale si dipana è l’irriducibilità a ciò che è dato, la rinuncia alla facile conciliazione, in forza della quale solo è possibile una visione diversa. La materia poetica è proprio la di-versità dei luoghi, delle parole, delle persone, il loro volgersi e volgere altrove.
Agli antipodi della poesia è l’ideologia, che è mitopoietica, ripetitiva, totalizzante e che annulla l’altro in quanto lo rende oggetto. Il poeta, invece, nel suo sforzo di riconoscere l’altro come vivente, scongela la molteplicità dei sensi oppressi, dà voce al pensato non detto, si fa interprete e si fa carico di ciò che attenta all’univocità coatta e usurpatrice. La parola della poesia torna a essere così illusione, non nel senso dell’ingannevole apparenza, ma nel senso che il poeta ci inserisce in un ‘gioco’ incognito e temerario, ci rende per un attimo complici del ‘suo’ mondo – del mondo che soggiace, non del mondo privato, perché il poeta “non ha un suo proprio da rappresentare né un’individualità da difendere”, ciò che è alla base dell’atteggiamento ideologico; e questo fa scompaginando le nostre attese, trasportandoci al di là delle nostre esperienze abituali.
Con ciò il reale viene destituito della categorizzazione che ne viene impunemente operata e finalmente vive. Anche se la poesia dura un attimo e il suo destino è la sconfitta, la sconfitta della poesia è la vita stessa.

 

II

 

Non esiste una tecnica per cogliere la verità.
Solo una posizione morale può farlo.
Roberto Rossellini

 

 

Al tempo dei miei anni universitari, nello studio della critica letteraria puntuali e ricorrenti erano i riferimenti a vari aspetti e interpreti del formalismo e dello strutturalismo: i russi di Mosca e Pietroburgo, Roman Jakobson e il Circolo linguistico di Praga, Gérard Genette, la stilistica di Spitzer, etc. In alcune di queste ottiche, la poesia veniva in prima istanza rubricata come espressione privilegiata dello ‘scarto linguistico’ (scarto dalla norma), a indicare la differenza fra il linguaggio della poesia e quello corrente, con risvolti sul piano fonico, sul piano sintattico – le parole non seguono il normale ordine – e sul piano lessicale – le parole sono auliche, ‘peregrine’, fortemente connotative. Già allora mi chiedevo se fosse da accettare in toto il presupposto di una poesia sempre in atto di confrontarsi con un (il) linguaggio per cercare deviazioni: il linguaggio è continuamente altrove, la cosiddetta ‘norma’ vacilla di continuo, e la poesia rischia di essere operazione di retroguardia, sterile e oziosa. Con questo non intendo assolutamente sottovalutare la questione della lingua poetica e dei suoi caratteri distintivi: piuttosto, lo scarto linguistico lo porrei come corollario. Il presupposto della poesia è sempre stato l’occhio del poeta – per questo lo scarto, prima e oltre che linguistico, deve essere esistenziale. Lo statuto antropologico-esistenziale del poeta precede e fonda lo statuto linguistico. Che uomo può (deve) essere (il) poeta? Su quali barlumi di ‘verità’ può affacciarsi lo sguardo del poeta (che non è tanto ‘morale’ come può esserlo quello del regista cinematografico, quanto, piuttosto, gnoseologico o metafisico)? La vera poesia è il terminale opaco/luminoso di un’anima, il precipitato di un’interiorità densa e affascinante, sempre in qualche modo ab-norme.
Per quanto attiene al piano espressivo, colto nella sua genesi, parlerei di una vocazione alchemica della poesia: la poesia nasce da una distillazione, non da una fonte. Se la poesia è un distillato, il poeta è un alchimista, che combina i sapori e le voci dell’universo per produrre la parola-elisir. Elisir del senso che affiora come un relitto nell’oceano refrattario del non-senso. Mi viene in mente l’affascinante assioma con cui il romantico inglese P. B. Shelley pone il sigillo alla sua A Defense of Poetry [In difesa della poesia]: «Poets are the unacknowledged legislators of the world», i poeti sono i legislatori non riconosciuti del mondo. In quel ‘non riconosciuti’ c’è, da una parte, l’inadeguatezza ontologica della poesia, dall’altra il senso di un sofferto e ineludibile privilegio: un poeta ‘riconosciuto’ vedrebbe attenuarsi o scomparire la sua carica eversiva. Ma nella ‘legislazione’ (un ‘ordine’ non comunemente visibile, non attuabile, di cui i poeti sono depositari) è il senso più vero della vita. Che è sempre fuori della vita stessa, intesa come ‘finito’.
Ecco: i poeti continuano a non essere riconosciuti ma è sempre più difficile per loro, se non impossibile, essere ‘legislatori’ – percepire un ordine e offrirne un sentore – in un universo in cui prestare orecchio ai bisbigli dell’assoluto è atteggiamento sempre più disturbato dai miasmi del finito.

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