Etcetera: qualcosa da ridire – Stefano Andretta

Etcetera: qualcosa da ridire – Stefano Andretta

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«la beatitudine supera
la vocazione alla beatitudine
non posso essere più precisa di così»
(L’avvelenatrice, III, vv. 1-3)

 

 

 

 

 

 

 

In un secolo che ha consegnato il genio in prosa (Gadda, Pizzuto, Landolfi, Manganelli), la controparte lirica ha versato in una aprassia delle anime belle, come consolarsi della propria immobilità amando il soggetto desiderato in un desiderio già castrato di suo. Talvolta abbiamo subìto un erotismo involuto da emancipazione borghese (si pensi ai coniugi Raboni) quando non ci è toccato dar credito alla diligenza programmaticamente anti-novecentesca (sic.) di Giovanni Giudici.
E allora ecco alcuni appunti per una de-censione definitiva: Esenin, Blok, finalismo nozionistico, plurisemantica che sconfessa gli ancoraggi segnici ancorché l’agogica batte sul tempo di un corpo tipografico in deperimento. Del resto la metastasi non rimpiange mai il ceppo di cui è origine predeterminata ai fini di un decorso che concluda la propria storia naturale nella metamorfosi fisica e (mai davvero) definitiva:

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è la testa della madre della madre
accorreranno nobili a dividerle il cranio e altre cose
all’altro capo barattare polvere con la terra
fuoco con altro fuoco a capo
una grazia con un fottutissimo grazie e niente
in empiterno fararsi etcetera etcetera”. (Il mostro, I, vv. 7-12)

 

Non esiste la morte.
Il nostos del poeta è la battitura, il dettato dell’esistenza non-detta, varco verso una palingenesi fatta di volti, intenzioni, azioni guareschianamente bulinate nel fraintendimento complice; motore a scoppio macchinato da re-censori, esegeti, ierofanti mossi da troppi afflati ermeneutici allo stato sorgivo: ispirazioni che non possono avvilupparsi compiutamente se non entro una diagnosi critica che riconduca, per necessità pubblicistiche, l’incommensurabile, irredimibile arte di Maria Grazia Insinga in mera mitopoiesi sulla scorta di scartafacci in surplus. Un’attitudine dotta, zavorrata da lettura intellettuale spesso e malvolentieri figlia di ossequioso accademismo di ricerca paralimpiade. È ancora (tuttora) una critica di classe, non nella classe di cose che andrebbero scombinate «da guardiani a difesa di protocollo» (La dea, I, v. 6 [Cors. d. A.]).
La buona fede dell’autrice non è bastevole dell’oltraggio, dribbla la non-calcolata banalità di un enjambement con il trasferimento inconsapevole di dettati teoretici dati in pasto a uno stuolo di destinatari colti. È disarmante trovarsi al cospetto di questo cimento alle potenzialità nosologiche del linguaggio, disfida commissariale al paesaggismo lirico del Novecento – la cui geografia, nel quadro clinico del verso libero, si è rivelata priva di vera mappatura musicale. Da parte dello studioso è forte la tentazione di una ricalibratura teoretica in linea alla connivenza delle lettere e della filosofia, qui im-piegate a rovello accomodante tanto è il desiderio di un ordine nell’ordine del pensiero.
Urge disfarsi delle discipline se si vuole finalmente non comprendere la poesia.
Fortunatamente l’eterodossia della Insinga detona in tutta la sua forza essendo Ella capace di scrivere l’Impossibile – quindi trascrivendolo nell’eziopatogenesi che non può che confermare nella malafede il deteriore miniaturismo sciaguratamente insorto ormai da anni nella “poesia contemporanea” (‘poesia’ / ‘contemporanea’, due termini che non andrebbero mai accostàti, quasi un ossimoro e una contraddizione temporale, come se il tempo non fosse mai passato).
La mimesi commiserevole del poeta maudit coscienza-del-mondo-infelice cede il passo agli scarti; scarti di parola (et), di suono (cet), di voce (era), del soggetto identitario che «Etcetera» si moltiplica salvo poi disgregarsi per eccesso di portata: la poesia e tutto il resto, o tutto il resto che è poesia. Risultati sono gli avanzi dell’arte, colonnati mozzi, rimasugli di un passato levantino («accorri Idrisi», Il mostro, II, v. 3) che non è ricordo elegiaco né nostalgia rassegnata, bensì rescissione, impossibilità di potersi dimettere dal linguaggio, parola detronizzata dallo scranno del potere referenziale – a sua volta spauracchio servile di ogni metrica o discorso quotidiano oltre la Storia. Ne è testimonianza questo emozionante passaggio che contrappone, in un periplo metalinguistico, la chirurgia di Ambroise Paré alla negazione (doppia) della temporalità intangibile della materia. La materia organica, qui appartenente (appartenuta?) a una Bestia, viene disciolta fantasmaticamente nell’immateriale, immolata sull’altare della scrittura:

 

“manca l’animale che non c’è
la visibile felicità la non visibile
insieme tiene il simbolo e insieme
non sopravvive alla poesia”. (La bestia, II, vv. 1-4)

 

Poesia che fa a meno degli affetti, delle noie domestiche, delle beghe sociali, eppure paradossalmente più vicina alla casalinga che all’erudita, sebbene qualsivoglia parteggiamento diastratico svanisca anzitempo o non insorga affatto, proprio nell’attimo inafferrabile e indeducibile in cui questi versi si librano da tutto, compresi corpo e mente dell’ormai così, detta autrice.

 

[Stefano Andretta, recensione a: M. G. Insinga, Etcetera, Fiorina Edizioni, Varzi 2017, pp.24]

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