Forme della critica: uno scambio epistolare [pt.1]


Forme della critica: uno scambio epistolare [pt.1]

[Davide Spampinato è un bravo poeta, dal piglio ironico, dal verso agile, che ho conosciuto a Catania in occasione di un reading. Ha avuto la bontà non solo di leggere il mio libello Ultimi versi, ma anche di inviarmi delle osservazioni su di esso. Forse facendogli torto, ho colto l’occasione per rispondergli, inventandomi un dialogo a distanza, che di seguito pubblichiamo. Una giusta critica è quella che consente di evitare, schivare il libro, perché sta in piedi di per sé stessa. Ma ancor più che per le giuste osservazioni e critiche, e per avermi concesso di pubblicarle, lo ringrazio per avermi dato modo di riflettere su alcune questioni fondamentali e di poterle mettere per iscritto.
C. T.
]

Davide Spampinato: Carissimo, dopo aver accolto il tuo libello, mi sento di scriverti qualcosa su quello che mi ha lasciato. La scrittura esige condivisione, non è così? Il piacere più grande di chi scrive è ottenere un riscontro, positivo o negativo che sia. Spero che la mia lettura si basi su argomenti solidi; che la mia critica non sia arbitraria. Possa aiutarti nella tua ricerca di verità (ammesso che la tua poesia ne sottintenda una). Ogni onesta critica dovrebbe far questo: mettere in luce le peculiarità del messaggio poetico, chiarirne i punti di forza, le debolezze, l’originalità e il senso anche a chi ha scritto. Spero di cuore di riuscire a realizzare tutto questo con te.
Mi è sembrato di scorgere tra i versi la “filigrana” di molte letture: da Gozzano a Pascoli (i miei moderni preferiti), da Montale a D’Annunzio (“filtrato”, da un sensibilità orgogliosamente ironica e gozzaniana, come mi sembra sia la tua); quindi Baudelaire, Rimbaud, Nietzsche (mi limito ai nomi più noti). Si tratta di un mettere in vetrina il patrimonio della tradizione poetica, letteraria e filosofica dell’Occidente. Metti in atto nei tuoi versi un voluto abbassamento della letterarietà, mi pare. Ecco il primo punto, quello che mi ha colpito maggiormente: spacciare il fare poetico dei grandi per pezzi di ricambio. Come quando si va dallo sfasciacarrozze per sostituire la marmitta o il carburatore della nostra vettura. Questa vettura (chiamiamola appunto poesia), se vuole andare avanti (chissà per quanto ancora, poi) non può davvero rinunciare a un repertorio a cui si può attingere ormai – così sembra suggerire il poeta – attraverso il citazionismo e la parodia letteraria; un patrimonio che ha l’aria di uno sfascio, mentre conserva la sacralità (per chi crede ancora alle muse) di un gigantesco cimitero di elefanti. Ho indovinato?

Cateno Tempio: Caro Davide, il mio modo di ringraziarti per la tua lettura attenta e critica è cercare di risponderti punto per punto. Non sarà una risposta che parlerà in senso stretto dei miei versi, perché scrivere di sé mi pare un po’ come piangersi addosso, o sputare in alto, per usare due paragoni umidicci. Non parlerò di me nell’esatta misura in cui i miei versi non parlano di me. Sarebbe ben misera cosa se fossi l’oggetto o il soggetto di qualcosa che ho la ventura di scrivere. Chi se n’importerebbe se una decina, un centinaio di versi raccontassero di me qui in carne e ossa, che bevo, mangio, dormo, che vivo, come tutti, più o meno, che un giorno sono nato, un giorno morirò? Nel distacco vivono i versi: in primo luogo nel distacco da me che li scrivo; in secondo luogo nel distacco da tutti gli io che li leggono. I versi non sono io, non sono tutti; non sono nessuno. Potrei dunque parlare anche di quelli che per ventura è capitato di scrivere a me. Ma mi ci perderei, ci sarebbe ancora troppo “io”, ve ne aggiungerei ancora un pochino. Allora ne parlerò in generale, astraendo dai miei versi stessi, per porre questioni più generali, assolute in qualche modo, soprattutto nel senso di svincolate da me, dall’ingombro dell’io.
Ma suona a farsa la campana dell’io. E ancora batte e ribatte e a ogni colpo penetra in testa con fastidio questo “io” stonato, imperterrito, che esce dalla porta e rientra dalla finestra. Il più che possiamo fare è ricacciarlo in un altro tempo, in un altro spazio: io non sono qui, io non sono ora.
(Parlo di versi, non di poesie. In primo luogo per forse finta modestia, per umiltà forse più letteraria che sincera. Poi perché un verso non è una poesia; è qualcosa di meno, ma anche qualcosa di più. Il verso è animalesco. Gli ultimi versi, in questo senso, sono quelli leggendari del cigno che muore, mi piacerebbe. Ma più probabilmente sono quelli del maiale sgozzato.)
Entriamo nel merito di ciò che dici. La tradizione non serve a nulla. O non la si tocca, o la si distrugge. Altrimenti è folklore. Siccome sono un maneggione, la sfrutto, all’occasione ne faccio brandelli. Vorrei essere accusato di abusivismo edilizio. Molto belle le immagini che utilizzi per definire le tradizione letteraria: uno sfascio, un cimitero di elefanti. Mi immagino un greco antico che tornando a casa ubriaco si ferma a un crocicchio e piscia a ridosso della statua di un dio, o la mutila del membro come pare abbia fatto Alcibiade prima di imbarcarsi per tentare la conquista della Sicilia. Sì, è uno sfascio la tradizione poetica, ma sono io che la sfascio. Mi ci colloco sullo stesso piano temporale e spaziale (non qualitativo), ossia nell’idealità astratta, nell’assoluto poetico. Solo in questo modo posso farne ciò che voglio, desacralizzandola, declassicizzandola, pisciandoci sopra o mutilandola. Altrimenti, con la distanza gerarchica della storia, della cultura, del tempo, chi si sognerebbe di toccare Dante, Nietzsche, Rimbaud, Gozzano…? Non cito, plagio. In tutti sensi: copio, corrompo, travio. Il plagio è la forma più sincera di ossequio. E anche questo è un plagio.

D.S.: Ho avvertito un’attenzione e un gusto ammirevoli per la versificazione, con una predilezione particolare per le allitterazioni e le figure di suono. Questo è certamente un elemento di originalità nel panorama della poesia contemporanea che sacrifica la rima e le figure più tradizionali in nome di una maggiore (e aggiungerei presunta) aderenza al pensiero e alla coscienza critica.

C.T.: I versi sono sempre musica. Fare versi senza musica è impossibile. Ovviamente possiamo ragionare e interrogarci quanto vogliamo su cosa significhi “musica” o “fare musica”, ma resta il fatto che in ogni caso non riesco a separare la musica dal verso. O forse sarei maggiormente corretto nel dire, più che musica, “idea della musica”. Il non detto di quanto ho appena affermato è che sono convinto dell’esistenza di una musica inudibile, ma che si fa, c’è nel pensiero, o più concretamente nei pensieri. Non vaneggio e non mi riferisco a nulla di misticheggiante. C’è una musica non suonata, né suonabile, ed è da una parte l’idealità della musica per come dovrebbe essere nella sua esecuzione perfetta, dall’altra parte una musica che accompagna idealmente (nel pensiero, nelle nostre facoltà percettive e intellettive, per le nostre strutture fisiche e culturali di ascolto) la musica suonata. L’esempio di questa musica non suonata, inudibile e che tuttavia accompagna la musica suonata lo troviamo in forma esplicita nell’Humoreske di Schumann, dove tra i due pentagrammi per le due mani che suonano il pianoforte troviamo un terzo pentagramma, situato proprio nel mezzo, che contiene una melodia che è scritta ma non va suonata. Lui la chiama Innere Stimme, “voce interiore”, “voce spirituale”. Un altro esempio, esecutivo, è Glenn Gould, che mentre suona Bach o Mozart canticchia, geme, mugola; accompagna la musica suonata con una musica inudibile perfetta che cerca di essere espressa attraverso la voce che perfeziona (o sporca) il pianoforte. Questa musica ideale astratta accompagna anche i versi. Per me in realtà accompagna anche i concetti, poiché ho fatto mia la lezione del Fedone (questa e poche altre, in verità) dove si dice che la filosofia è la musica più grande. In definitiva, dei versi che fossero veramente concettuali avrebbero una musicalità altissima, come del resto è per la poesia concettuale del Paradiso. Un verso tutto piegato al “pensiero”, che sacrifica la rima e le altre figure più tradizionali è arido, non ha musica. Non è un verso. Uno pensa subito a Ungaretti e alla pressoché totale assenza di rime; ma il punto non è l’assenza o la presenza di rime, certo. Perché in Ungaretti la potenza concettuale si fa subito musica. In due o tre versi brevi, fulminei, la musica continua a risuonare, come se – per usare ancora similitudini musicali – fosse un pianista che esegue un pezzo brevissimo e densissimo tutto con il pedale. La risonanza è enorme, vibrano tutte le corde. Concetto e musicalità sono inseparabili, simultanei. Non riesco a pensare all’una senza pensare all’altro, sia in astratto che nelle pratica compositiva, in versi come in prosa.

[Qui la seconda parte]

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