I versi infuocati di Tempio. Un nuovo inferno poetico – Elio Ria


I versi infuocati di Tempio. Un nuovo inferno poetico – Elio Ria

Sfogliando le pagine del libro Ultimi versi di Cateno Tempio (Terre Sommerse, Roma 2015) ci si scottano le dita. Emerge un fuoco poetico in similitudine con quello di Rimbaud. Il sostantivo “fuoco” appare in molti testi: commisurato con aggettivi e immagini di realtà che incidono di ulteriore significato i versi. Ci sono le passioni che animano l’agire del poeta che inevitabilmente si confondono e s’intersecano nelle cose piane e lente di ogni giorno. C’è la freschezza di un esercizio poetico, di un nuovo modo di fare poesia, seppure si riscontra un certo ritorno o quantomeno accostamento ai modelli classici della poesia, però in tono ironico senza solennità.

C’è l’uomo che sicopertina finge poeta per gioco, per pura necessità di libertà di pensiero e di agire, in una indagine interiore a confronto con la società, della quale Tempio riconosce le infinite contraddizioni stagnanti e difficilmente rimovibili, stante la persistenza di un presente illusorio ed effimero che brucia ogni frammento di futuro nelle stupide abitudini della quotidianità. C’è poi il poeta che sa di non potersi più ritirare, intrappolato com’è del suo registro interiore, ricco di figure retoriche e di immagini liriche che alimentano il suo spirito di poeta. Mente, quando in Avessi l’ironia esplicita: «io calembour, | saltimbanco fallito, | che m’accontento d’un poetare sdrucito, | altro non ho». E sa di mentire. Invero bacchetta, in maniera folgorante, la società, affermando la propria indipendenza morale e intellettuale di fronte agli sguardi fessi della gente che non ha più capacità cognitiva della propria esistenza e si dimena in inutili e dispendiose operazioni di inqualificabili comportamenti. Rincara la dose in Pantaloni non miei con versi lavorati al tornio della perfezione lessicale: «Virtuosi della noia, randagi | in semicupio, vorrei descriverci, | lividi d’insonnia | per ciò che ci fa male: | l’abbiamo detto, | il mondo». Prosegue con versi nei quali condensa una nuova forma di romanticismo: «E cerco d’essere lirico, | per te, di scriverti | filastrocche, | facendo rime di rose, | di albicocche, di margherite, | crisantemi, | violacciocche, di scriverti | lettere come i bambini».

Il titolo Ultimi versi risuona un po’ come un ulteriore rimando a un altro dire poetico; “ultimi” in quanto chiudono una parentesi giovanile del poeta, dove il vissuto traspare nella sua totale intensità emozionale e riflessiva, senza lasciare spazio agli equivoci. La poesia di Tempio non è in stato di quiete, né tanto meno una faccia truccata, rimanda a cose vicine e lontane della vita, in uno spazio autonomo che rinchiude tutto quello che nomina senza falsità. Ma ciò che più conta è che l’autore non tiene conto dei modelli letterari del passato, prospettando – a mio modesto parere – un nuovo modo di fare poesia, in linea con le esigenze avvertite da alcuni poeti contemporanei. Il bisogno di adattare una nuova poetica a una cultura che nel terzo millennio è in molti casi frammentaria, inconcludente, spocchiosa, mercificata, è avvertito con intensità da alcuni componenti di quella “società letteraria” di cui Asor Rosa ne ha decretato l’eclissi, affermando la tesi che «sia venuta meno una società letteraria degna di questo nome». In ambito letterario il poeta oggi è frastornato dagli incalzanti e fastidiosi disagi esistenziali che si ammassano con intensità sulla storia individuale di ognuno. In questo scenario postmoderno che si sforza di interpretare e di indagare gli è difficile cogliere dettagli valutativi degni di essere espressi in poesia. Vige per molti “poeti” la persistente mania di verseggiare situazioni banali e intimistiche di cuore, che non attraggono né stupiscono nessuno. Per fare buone letteratura bisogna pungolare il conflitto esistenziale che c’è in ognuno, con amore e con insistenza, con studio, e poi tirarlo fuori senza indugi, anche perché la buona letteratura non si fa con i buoni sentimenti. Coraggio dunque di andare oltre, senza soffermarsi a guardare la singolarità di ognuno ma la pluralità dei molti, poiché la moltitudine racchiude in sé il senso dei singoli.

In Prodigo figlio Tempio dice: «Se avevo la rima a farmi da porco». Il desiderio di sporcarsi, di violentarsi l’anima, di bruciare in quel fuoco d’inferno che non ha un luogo ben preciso ma è sotto e sopra il mondo di tutti, è sopravvento di idea decisoria, vale a dire consapevolezza di macchiarsi l’anima per comprendere il male come diminuzione del bene e il bene come assaggio di felice infelicità per poi esplicitarne i costrutti architettonici dell’Io in perenne affanno di emersione dei suoi tanti piccolissimi aspetti.

Chissà cosa Tempio ci darà ancora, cosa vorrà proporci non per meravigliarci ma per sorprenderci nei nostri cupi labirinti di inconsistenza esistenziale. Certamente l’azzardo di dire in un dire diverso, senza l’approccio ai sofismi e alle dottrine filosofiche, gli fa onore. Il vero problema per il poeta è innanzitutto comprendere sé stesso e mettere in atto una costante vigilanza interiore: un codice di autocontrollo capace di sezionare l’indicibile e il mistero di ogni affermazione concettuale derivante dalla irrazionalità. Tempio è sulla buona strada: ha dimostrato di avere facoltà per smascherare le inutilità insite in ogni apparenza di utilità; fra l’altro ha intuito nel piacere dell’ebbrezza e dell’illusione soggettiva il dono che compensa l’inconsistenza oggettiva di cui è composta la materia della vita.

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *