Il ragazzo dalla faccia pulita – Elio Ria

Il ragazzo dalla faccia pulita – Elio Ria

[Presentiamo qui di seguito l’Introduzione del libro di Elio Ria Il ragazzo dalla faccia pulita. Saggio su Rimbaud (Villaggio Maori, Catania 2014), un libro in cui a partire dalla biografia del poeta e dal contesto storico-culturale si fornisce un’interpretazione di ciò che hanno significato la figura e i versi di Rimbaud]

Questo libro non vuole aggiungere nulla a quanto già si sa o si è scritto su Arthur Rimbaud, anche in considerazione dei fiumi d’inchiostro versati su di lui; vuole piuttosto ipotizzare o abbozzare aggiustamenti alle interpretazioni delle sue vicissitudini. La biografia di un poeta non è a sé stante: esplica il dramma esistenziale dell’uomo, le ragioni per le quali abbia dovuto scrivere pagine di poesia, quale sia la vocazione e quali siano le concause legate al suo tempo. Il saggio si offre quale spazio illimitato di riflessione, in cui il dato empirico diventa analisi, descrizione o percezione rivelatrice di altro.
Rimbaud ebbe vita travagliata, consumata precocemente, azzannata dall’amico Verlaine, soffocata dall’ipocrisia della gente, incompresa e oggetto anche di mistificazione. Mettere il naso nella sua vita non è fuorviante per una possibile corretta comprensione dei suoi testi, anzi mette luce sulle cose della sua vita per comprendere la ragione della sua inquietudine e irragionevolezza che, pur non conducendovelo, in alcune situazioni lo fanno avvicinare ai meandri della follia; in altre invece egli si affida al proprio istinto di ragazzo dalla faccia pulita che vuole imparare la parte dell’impuro. Fu angelo esiliato e complice d’amori contraffatti. Fu ragazzo in una condizione di assenze formalizzate dalla sensibilità adolescenziale.
L’ossessione di Parigi, d’un altro mondo da scoprire, lo accompagnò per molto tempo, finché non si accorse che non gli bastava più ed ecco allora balenare in lui l’idea di un altro luogo di sabbia e di deserto, di fiori dal profumo acerbo ma sensuale, di amicizie, di passioni, di interessi: l’Africa.
Si è consapevoli del rischio di far pensare che questo saggio possa essere considerato l’ennesimo libro su Rimbaud, arricchito da orpelli e quant’altro per fare foliazione o, peggio, un altro libro su Rimbaud, un altro ancora. Non è così. ― Rimbaud appassiona sempre.
Arthur fu un ragazzo che nella poesia pose le speranze di redenzione dello spirito sopito e schiavizzato dalle regole, di cui la società fa buon uso per acquietare il pensiero e trarne convenienze di stabilità dei valori tradizionali, mummificati nel conservatorismo autentico di mantenimento dei privilegi, in una facciata di falso perbenismo che in profondità rivela la sua più insita sporcizia. Nessuno è andato più in là di lui: né quanto a coraggio, né quanto a inventiva.
D’altronde Rimbaud visse in un contesto storico caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e politiche, che influenzarono le sue conoscenze entro il significativo linguaggio della veggenza. «È stato un ragazzo, nulla più che un ragazzo, a prendere il mondo per la collottola, che ci resta da dire?» (H. Miller, Il tempo degli assassini. Saggio critico su Rimbaud, Sugarco, Milano 1964, p. 14. Le citazioni successive sono tolte rispettivamente dalle pp. 105, 43 e 44).
Veggenza, dunque, che nel caso di Rimbaud non è arte divinatoria bensì capacità extrasensoriale di percepire quanto vi è nascosto nelle immagini, nel pensiero, nel linguaggio, dove la parola non basta più e necessita di un sostegno per rilanciarsi e lasciarsi trasportare nel lampo luminoso dell’immaginazione. Nella limpidezza di quel mondo la parola si trasfigura in dèmone e in angelo, in un dio che cesella il trionfo dell’immaginazione sulla realtà. Rimbaud vide oltre il nulla il nuovo e tradusse le visioni con verbi ascetici e parole mistiche per una poesia senza eguali.
«Il suo mondo era un mondo impossibile. Lo vagheggiava pieno, ricco, vibrante, misterioso: a compensare la mancanza di tali requisiti nel mondo in cui era nato. Il mondo impossibile è un mondo che neppure gli dèi hanno mai abitato: è la Terra del Sonno, che il bimbo cerca quando gli è stata negata la mammella».
Nel terzo millennio si avverte l’assenza del poeta, del sognatore, del pazzo ispirato. La poesia è stata estirpata, non attrae più nessuno, se non nei casi di commemorazione. Eppure il poeta è l’espressione del grado di vitalità di un popolo. È in atto l’imbalsamazione del verso in un linguaggio fuori dal tempo, destinato all’assassino.
ilragazzoMa il futuro appartiene ai poeti, predestinati all’interpretazione non gnomica ma rivelatrice di un agire che abbia un senso. L’essere poeta costituiva un tempo la più alta missione; oggi è la più futile, insignificante, non fa notizia. La poesia non è più la regina della letteratura. Troppi stregoni pensano d’intendersi di poesia, invero emettono soltanto rutti poetici. Il culto della poesia è inesistente, spazzato via dalla stupidità umana a rincorrere l’orrido e il gossip. Non un canto riesce a sconvolgere un’alba: si odono voci rauche.
Rimbaud disse: Dobbiamo essere assolutamente moderni, intendendo che «le chimere sono anacronistiche, non meno che le superstizioni e i feticci e i credi e i dogmi e tutti gli idoleggiati vaniloqui e stoltezze di cui si compone la nostra vantata civiltà. Dobbiamo portare luce, non illuminazione artificiale». Miller su Rimbaud non ha dubbi: «Era suo destino essere il poeta che
elettrizza la nostra età, il simbolo delle forze dirompenti… Era il suo fato».
Rimbaud è un mito, tant’è che la bibliografia su di lui si allunga a dismisura ogni giorno. È la conseguenza della sua importanza di poeta innovatore, assetato di verità in un mondo in cui la realtà è talmente instabile che è impossibile renderla accessibile. Jim Morrison lo ammirò, lo lesse e per certi versi si ispirò al suo modello; dichiarò agli amici più stretti che sperava di essere ricordato come poeta piuttosto come cantante rock (Cfr. W. Fowlie, Rimbaud e Jim Morrison. Il poeta come ribelle, Il Saggiatore, Piacenza 1997. Le citazioni successive sono tolte rispettiva-
mente dalle pp. 13 e 18-19). Lunga è la lista degli artisti che in epoche successive si sono ispirati a Rimbaud, da René Char ad André Breton, fino ai più recenti poeti come Patty Smith. Ha rappresentato fonte d’ispirazione per Bob Dylan nella musica e Jean Michel Basquiat nell’arte. Pasolini fu folgorato a sedici anni dalla lettura dei suoi versi ascoltata in classe; anni dopo dichiarò che quella lettura aveva segnato la sua vita anche dal punto di vista ideologico. Dino Campana è stato poeta d’ispirazione post-rimbaudiana.
Ricostruire le vicende di Rimbaud — anche minime — nascoste tra le pieghe degli eventi e provare a capovolgere i punti di vista tradizionali (acquisiti dalle tante biografie ufficiali e non) per cogliere dettagli meno espliciti, significa confrontarsi con un passato di cui si può tentare di smontare i meccanismi delle dissimulazioni e delle interpretazioni. Leggere Rimbaud vuol dire rileggere Rimbaud, in una lettura che non è mai esaustiva. La sua lettura è strumento di analisi e di comprensione di un passato che prepotentemente è sempre presente nelle problematiche esistenziali dell’uomo.
Si ritiene utile riportare quanto scritto da Fowlie, a dimostrazione del fascino che Rimbaud esercita ancora su intere generazioni: «È praticamente impossibile accostarsi a Rimbaud con imparzialità. Di solito le sue opere appaiono troppo difficili a una prima lettura e vengono subito abbandonate dal lettore pigro, oppure l’attrazione per questo giovane ribelle è così forte che lettori di ogni età, giovani e vecchi, ne vengono affascinati e ne parlano in termini iperbolici. All’epoca d’oro del surrealismo, André Breton lo definì il “dio dell’adolescenza”». […]

La vita di Rimbaud è la storia di un poeta che ancora incide profondamente sulla cultura e sulla coscienza dell’Europa. La sua è una storia straordinaria, intrigante, misteriosa, a volte incomprensibile, maledettamente autentica. L’unico ad avere contemplato l’ignoto e ad avere trovato il linguaggio e nuove forme adeguate a raccontarlo. La sua scrittura si materializza, produce una visione concreta dell’ignoto. In fondo era un ragazzo, un ragazzo dalla faccia pulita, un ragazzo che non volle adattarsi alla realtà “certificata”. Volle invece scomporsi gradualmente dal proprio Io rincorrendo Parigi, la città dispensatrice di gloria, che gli offrì occasione d’incontro e di traviamento con Verlaine che, nel rapporto fra i due, fu il vero iniziatore, colui che seppe cogliere il dolce boccone e fare di Rimbaud il proprio bel giocattolo di piacere. Entrò nel mondo degli adulti precocemente, che credette di poter amare e da cui credette di sentirsi amato. Come Agostino, quid erat quod me delectabat, nisi amare et amari?
I dati biografici sono sempre incerti (anche quelli che appaiono certi) e, in considerazione di ciò, non è stata sottovalutata la difficoltà di articolare il percorso biografico di Rimbaud, che spesso s’intreccia e si confonde, si ramifica in labirinti temporali e interpretativi. L’attenzione cui s’è data la priorità, con il presente saggio, è quella della conoscenza, in particolare, del destino del poeta in una società complessa e in evoluzione che ha influito sul suo agire e sulla sua determinatezza in scelte coraggiose e sofferte senza alcuna limitazione. Come direbbe Morin, una conoscenza «costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero, il quale a sua volta è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società» (Il filosofo e sociologo francese Edgar Nahoum (1921), detto Morin, si espresse così in una intervista rilasciata in occasione di un convegno parigino nel 2008.)
Rimbaud non è per tutti. Bisogna amarlo come si ama sé stessi, ed essere predisposti a immaginarlo nel proprio tempo e nel proprio luogo nell’urgenza di confessare, senza alcuna professione di fede, le “cattive menzogne” in cui l’inconscio lascia affiorare le proprie immagini e rivela il bene. Non dev’essere considerato oggetto di un vero e proprio culto, né un santo patrono della poesia, né uno stregone, né un ribelle, né un maledetto; ma un ragazzo, un ragazzo dalla faccia pulita, che sicuramente ebbe anche momenti di felicità, ma che un certo pudore caratteriale fondato sulla malinconia — peculiarità della sua sensibilità — gli impedì di manifestare.

2 Comments

  1. “Il diario di Spielhans” – blog saggistico filosofico dell’editrice Villaggio Maori, ispirato alla mitica figura del pensatore romantico Jakob Spielhans – segnala il nostro articolo.

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