L’India letta – Stefano Greco

L’India letta – Stefano Greco

 

 

INDIA. Complice il silenzio

India prende forma come un diario in versi in cui il dramma dell’indicibile irride al tentativo di raffigurazione dello spazio dissolto in assenza. L’autore si lascia scrivere mentre la poesia “lo diserta” prima sbeffeggiandolo con tutte le moine dell’essere, poi dileguando dal treno in corsa. L’opera è un diario in versi e si presenta come trasfigurazione dell’esperienza in un linguaggio poetico dall’esattezza spirituale che rielabora lo spunto della proposta fenomenica. Nel testo, impressionista e paratattico, fluiscono brevi strofe indefinite, congedi impersonali che aprono alla resa ma non coincidono con la nettezza dell’addio e sfumano «in chiaro d’ombra» (p. 17). I versi «Ora scrivo / ma quando mi leggo / mi sono straniero» (p. 28) sono il testamento dell’io sconfitto e travolto dalla corrente del divenire dove ogni pretesa muta in attesa finché Dio e la poesia non giungono a sedersi accanto, salutando con unica voce. Sono inoltre presenti i germi del pensiero nichilista che registriamo nel significato intrinseco della partenza, e di quello romantico, concentrato «in un’invocazione dolente che sia approdo» (p. 33). Un po’ debole è l’impatto estetico della poetica di Buonaguidi, ridondante, modesta, espressa mediante un verso più utile che bello, badiamo di non dimenticare però che l’utilità dipende strettamente dal desiderio di comunicare, e segue sempre – in qualsiasi testo poetico che si rispetti – la bellezza formale senza prescindere da essa, come d’altronde pare dichiarare l’autore nella breve premessa (p. 9).
Infine si menziona, forse abusandone, la cosa in sé, la poesia, il dono del canto, superando l’equilibrio dello spazio interno di mondo, così come lo definiva Rilke, tra soggetto e oggetto, amante e amato. Tale equilibrio è stato alterato da quasi tutta la produzione del primo romanticismo influenzando le correnti artistiche successive, come il parnassianesimo e il decadentismo. E Luca Buonaguidi sconta anche lui il peso della frattura romantica; ciò si evince dalla costante presenza del padre, e quindi dell’io.
Proprio Rimbaud nella seconda metà del diciannovesimo secolo, opponendosi alla poesia “soggettiva”, scrisse nelle Lettere al Veggente che «JE est un autre», non a caso evitando la concordanza tra persona e verbo, in quanto l’ego non determina ma è determinato, non pensa ma è pensato. E così continua il poeta francese con delle metafore musicali: «Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua» (Rimbaud a Paul Demeny, 15 maggio 1871), e ancora: «Tanto peggio per il legno che si ritrova violino…» (Rimbaud a Georges Izambard, 13 maggio 1871). Possiamo allora affermare che l’io è consapevole di sé nello stesso momento e in modo analogo in cui è cosciente di qualcosa d’altro; dunque si costituisce sempre in un poi, in un secondo momento. Ma in India, la presenza del padre, dell’autore, espressa attraverso predicati alla prima persona, rivela una ridondanza che non dovrebbe sussistere poiché lo stesso processo creativo è già la appercezione che l’io ha di sé e della sua sofferenza causata dalla condizione di minoranza rispetto al reale. Menzionare questo soggetto, risulta essere superfluo in quanto nega all’opera un certo carattere impersonale, quello dell’aborto, in cui il cordone si scopre reciso e il feto è libero di morire al mondo.

 

[Stefano Greco, recensione a: L. Buonaguidi, INDIA. Complice il silenzio, italic, Ancona 2015]

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