Pezzi critici. I Canti di Campana – Umberto Petrongari

Pezzi critici. I Canti di Campana – Umberto Petrongari

 

 

Per via della fanatica, insopportabile, religiosità della madre Fanny, figura ingombrante della sua esistenza, Dino Campana considera Dio come colui che impone all’uomo di realizzare una moralità che strutturalmente non potrà mai raggiungere. Per Dio l’uomo sarà sempre nel peccato. Da ciò credo si possa almeno in parte dedurre come per il poeta l’uomo sia caratterizzato da una buona dose d’incoscienza, d’animalità, la quale si ritorce sia contro gli altri che contro se stessi limitando la capacità del suo amor proprio. Da ciò deriverebbe inoltre una labilità caratteriale che ci renderebbe incapaci di fare coerentemente e fino in fondo del bene sia a noi stessi che agli altri. Dino Campana In Campana, per via della sua condizione di emarginato, era poi certamente molto vivo il senso di un’opprimente conformismo sociale. A tale aspetto vanno collegate due tematiche tra loro intrecciate che emergono dai Canti orfici. Quella del tempo che scorre (ovvero trasforma la realtà) inesorabilmente e quella dell’infanzia. Il tempo ci impone severamente di fare delle scelte di vita al momento opportuno, così come ci invita a cogliere l’attimo. E così ci spinge ad essere avveduti onde evitare futuri svantaggi sia materiali che morali, interiori, così come ci sprona, ad esempio, a non sprecare la nostra fugace gioventù. Faccio notare come la differenza tra giovinezza e maturità sia più o meno apparente. Ad esempio e in primo luogo non vi sarebbe una netta bellezza che caratterizzerebbe il giovane e che andrebbe perduta man mano che ci si inoltra verso l’età adulta. Ovvero, essa si lega poco ai tratti più esteriori di una persona, che tenderebbero invece ad essere più o meno ignorati a favore di aspetti più sottili della medesima. Se la concezione classica della bellezza ha a che fare, ad esempio, con il vedere per intero un corpo ben proporzionato, nelle poetiche che si discostano dai canoni estetici della classicità, diviene esteticamente più soddisfacente osservare, ad esempio, l’affascinante modo di fare di una persona. In Campana ci sarebbe inoltre una certa avversione per il più sano, genuino e soddisfacente vitalismo che, dopo Dio e la società, costituirebbe il suo terzo assillante nemico. Vi era probabilmente della perversione nel poeta toscano, da cui la sua individualità, la sua diversità, la sua anomalia. Si può ad esempio preferire sprecare del tempo andandosene a zonzo piuttosto che, in un modo o nell’altro, vivere più pienamente la vita.
L’infanzia viene rimpianta dal poeta come un’età traboccante di speranza, dove nulla del futuro è ancora stato deciso, dove tutto è ancora possibile, dove insomma il tempo irreversibile è ancora agli inizi dello svolgimento del suo ineluttabile e immodificabile corso.
La probabile credenza da parte di Campana nel soffocante dominio della necessità sulla vita ha presumibilmente acuito la sua condizione di disagio esistenziale. La sua presunta pazzia si legherebbe a mio parere, da un lato a questa sua umanissima e normalissima opinione personale, dall’altro alla sua marcata, ma pur sempre normale, eterogeneità di persona. Consideriamo, ad esempio, le sue presumibili inclinazioni perverse (il termine perversione è da intendersi in senso lato, senza cioè doverlo necessariamente riferire alla sfera della più esplicita sessualità). Ebbene, la perversione cessa di costituire un problema nel momento in cui si è più o meno liberamente deviati. Il godimento per la sofferenza piuttosto che per il piacere, certamente può spingerci a soffrire. Ciò non esclude che in tale soffrire necessitato si possa essere attivi, ovvero intenzionalmente felici e volitivi del dolore che proviamo.
Se nelle ore di veglia la nostra coscienza è fin troppo vigilante, crede fin troppo nell’esistenza della realtà, nelle ore notturne tende ad alleggerirsi da tale peso. Si pensi ai divertimenti trasgressivi vissuti all’interno di una discoteca. Nella notte, come emerge dai Canti, il poeta può godere di momenti liberatori. Il salubre onirismo di Campana è espresso dalla figura della Chimera. Il terribile mostro mitologico, simbolo della dura e straziante realtà, in quelle ore si mostra per ciò che è, ovvero un sogno non troppo consistente. In alcuni suoi notturni il poeta di Marradi cattura gli attimi in cui, su di una giornata infuocata, descritta negli elementi che la riempiono con toni espressionistici, cala la sera. È il momento, per il poeta, di avventurasi verso dei bordelli frequentati da prostitute dal volto sensuale di sfinge, quasi noncuranti, che, in fondo, lo accettano per come è.
Nei Canti l’amore assume una connotazione decisamente negativa. Chi ci ama, chi tiene a noi, non può tollerarci per come siamo, con i nostri strutturali limiti. E così, la donna vuole cambiare in meglio l’uomo che ama. Oppure, più si ha, più si è insoddisfatti, poiché c’è ancora una quantità infinita di cose che non abbiamo per essere completi. Tali esempi sono molto indicativi dell’amore. Chi infierisce sul corpo di qualcuno è forse animato sia da una smodata intolleranza che da un’acutissima disperazione legata alla chiara consapevolezza che il mondo non potrà mai cambiare. Detto infierire rappresenterebbe allora, inconsciamente, il vano tentativo di trasformare in meglio – anzi in qualcosa di perfetto – ciò che perfetto non potrà mai essere.
In Campana la cosmogonia avrebbe l’amore alla sua base e l’amore sarebbe per costui legge cosmica. Ovvero, da quanto ha inizio la sua esistenza, ogni uomo potrebbe essere caratterizzato da una sorta di volontà di potenza che lo spinge ad avere il più possibile per divenire completo, in modo tale che possa finalmente accettarsi. Per quanto si possa essere amorevolmente intransigenti, non lo si potrà mai essere pienamente, poiché non c’è dolore e atrocità che non lasci concepire dolori e atrocità infinitamente peggiori. Se si vuole essere pienamente amorevoli, infinitamente e perfettamente amorevoli, si deve essere assolutamente indifferenti. Ovvero assolutamente tolleranti, accoglienti.

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