Su alcuni poeti del Novecento – Umberto Petrongari

Su alcuni poeti del Novecento – Umberto Petrongari

La consapevolezza dell’irrazionalità dell’azione cieca e senza posa dell’uomo e del mondo in cui è situato è quanto caratterizza, oltreché la maggior parte dei letterati del secolo scorso, i cinque poeti di cui tratterò in questo breve articolo. Svolgerò delle considerazioni molto essenziali su Yeats, Pound, Eliot, Ungaretti e Montale.

William Butler Yeats, in un suo importante libro di versi, La scala a chiocciola e altre poesie, appura come l’azione ingiusta e inesausta, ovvero un divenire incessante, non conceda scampo alcuno. Constata dunque l’immoralità ad esso inscindibilmente connessa, l’insensata caducità di ogni cosa ed evento provocato dall’uomo, di ogni aspetto appartenente a quest’ultimo, il suo persistente dolore la cui controparte visibile è costituita da percezioni di effimera durata.
A nulla dunque varrebbe vivere o, tutt’al’più, andrebbe vissuto il più possibile asceticamente quale soluzione di compromesso al problema esistenziale. Per il poeta irlandese tale nichilismo verrebbe vinto dal riconoscimento del carattere di sogno della realtà. Ogni precarietà al mondo, ogni stortura ad essa connessa o meno, ogni bruttura è allora mitigata in una vita ebbra e vissuta, in cui la lievità scioglie ogni pesantezza in una più leggera e non più angosciosa condizione d’esistenza.
Per concludere riporterò l’ultima strofa di un componimento assai indicativo dell’estetica del poeta-bardo intitolato Jane la pazza su Dio (la traduzione è di Ariodante Marianni): “Ho avuto il rude Jack per amante: / E benché simile a una strada / Su cui gli uomini passano, / Il mio corpo non si lagna / Ma continua a cantare: / Tutte le cose rimangono in Dio.”.

Con particolare riferimento alla produzione giovanile di Ezra Pound, la caducità del divenire, il continuo trasformarsi dell’impetuosa realtà, lungi dal costituire un problema è ciò che per il poeta fornisce di pieno senso la nostra esistenza, rendendo la vita umana degna di essere vissuta.
L’uomo, per essere felice, appagato, deve vivere nell’attimo, dimentico del passato e senza proiettarsi nel futuro, senza anticiparlo, non badandovi. È allora che l’inaudita novità, in tutta la sua bellezza, che solo il divenire incessante dell’intera natura, se intatta, può comportare, viene colta dalla visione umana.
Ma la bellezza dell’attimo è anche legata alla sua veemenza. Questa è data dalla durezza, dalla concretezza delle cose nel loro fulmineo mostrarsi, il che è quasi una sferzata per lo sguardo. Il poeta statunitense predilige l’utilizzo di vocaboli dal suono secco e indicanti cose corpose, non eteree.
Talvolta, tuttavia, ritengo che il suo esprimersi poetico si addolcisca. Per rendere l’idea dello stupore dell’istante descrive l’apparizione quasi miracolosa di vive entità, oppure animati momenti di suggestione in cui sembra che ogni elemento osservato agisca armoniosamente, ovvero in modo non casuale.
Sia chiaro come, nei due autori considerati, il divenire sia correttamente concepito come qualcosa di estremamente fluido, in cui cioè l’attenzione deve cadere sulle sue più semplici e acategoriali componenti.

Anche riguardo a Thomas Stearns Eliot farò riferimento alle sue prime produzioni (che si situano, fra l’altro, in un lasso di tempo pressappoco coincidente con quello relativo alle opere di Pound cui ho rivolto l’attenzione).
La poetica dell’anglo-americano è fondata su descrizioni di oggetti e situazioni di tedio e squallore quotidiano con cui vuole indicare la più completa insignificanza della condizione umana. L’uomo sarebbe essenzialmente privo di carattere (oltre che fragile e dunque facilmente soggetto ai colpi della sorte, che lo sovrasta). Noncurante, fa scelte avventate quando è richiesta cautela ed è pauroso laddove invece ci vorrebbero bontà e coraggio. Ed è per giunta condannato, prevalentemente, alla noia della sua quotidianità.
Eliot, nelle suddette produzioni, credo sia già cristiano, anche se anticlericale. Solo nell’aldilà, tuttavia, l’uomo potrà salvarsi, trovando finalmente pace e conforto, anche per la sua natura di peccatore.

In Giuseppe Ungaretti la morte, la perdita, dunque il conflitto insanabile, è riconosciuto essere il carattere essenziale del vivere. Non c’è cosa al mondo che non venga costantemente consumata. La vita che si accresce non è che il vano tentativo di essa, nel suo slancio, di contrastare il proprio destino di dispersione. E non c’è soluzione ad una situazione siffatta, poiché l’irrazionale, l’insondabile, il nulla, costituirebbe l’essenza stessa della vita.
La soluzione al problema esistenziale è, presso Ungaretti, di tipo classicista. Fronteggia il nulla attraverso l’illusione, che si esprimente in docili sentimenti che accompagnano anche i momenti più drammatici, dubbiosi, di abbandono, del poeta. Non mancano inoltre nelle sue poesie riferimenti ad attimi di pacata e serena armonia, suscitati dall’illusione quando è – sia in lui che in tutto ciò che lo circonda – massimamente operante. Ma anche quei momenti hanno relazione, presso Ungaretti, con la morte, che è anche ciò che apporta pace e consolazione agli uomini.
Intorno al 1930 il poeta nativo di Alessandria d’Egitto si convertirà a Dio. Le illusioni non basteranno più a fronteggiare il clima nichilistico che giace sul fondo della sua poetica. Queste si trasformeranno allora in fede, sia pure in una fede umanamente saltuaria, spesso dubbiosa. Il nulla si trasformerà invece in un Dio che non si lascia decifrare affatto. Ciò nonostante la tragicità della sua precedente visione si stempera. Il desiderio, ad esempio, di rincontrare i propri cari dopo la morte, esaudito dalla speranza, è un aspetto drammaticamente non presente nella sua precedente poetica.
Dov’è tuttavia in Ungaretti quel temperamento sferzante, quella lucida e temeraria autenticità caratterizzante i restanti poeti di cui ho parlato? Eliot si dimostra maggiormente all’altezza di guardare in faccia la nuda realtà, sopportando la propria visione tragica delle cose, più soffocante rispetto a quella ungarettiana. Un cinismo toccante, quasi lesivo, si lega all’amara ironia delle sue poesie. Negli altri due poeti, inoltre, la suddetta lucidità produrrà una più salda ed effettiva soluzione al problema esistenziale rispetto a quella propugnata dal poeta italiano.

Anche negli Ossi di seppia, la prima e forse più importante raccolta poetica di Eugenio Montale (i più vecchi componimenti che la costituiscono risalgono al 1920), il male di vivere la fa da incontrastato padrone. Il poeta spesso incede lento e meditabondo in stretti e brulli scenari. Conosce a memoria i dolori della vita e riflette fin troppo sulla temibile oscurità del futuro. Altre volte la natura infuria, vacilla, scuote. E intanto Esterina, figura emblematica della raccolta, si tiene serenamente attaccata al presente. Non lo può il poeta ligure in quanto appartiene alla “razza / di chi rimane a terra”, come egli stesso afferma. Il suo pensiero non si acquieta neanche quando l’illusione giunge a placargli l’animo. La sua mente è lietamente invitata dalla suggestione a scovare un significato ultimo, o perlomeno delle tracce di senso. Fino a quando la potenza dell’illusione che dolcemente lo avvolge dilegua.

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