Scelta di massime consolatorie sull’amore – Charles Baudelaire [trad. di Ilaria Fagone]

Scelta di massime consolatorie sull’amore – Charles Baudelaire [trad. di Ilaria Fagone]

Chiunque scriva delle massime ama appesantire il proprio aspetto; i giovani si fanno vecchi, i vecchi s’abbelliscono.
Il mondo, questo vasto sistema di contraddizioni, tiene in gran considerazione ogni caducità. Presto! tracciamo rughe sul nostro viso! Con un animo generalmente ben disposto, orniamoci il cuore come un frontone.
A che pro? Se non siete dei veri uomini, siate dei veri animali. Siate semplici, e qualcuno vi troverà necessariamente utili o piacevoli. Il mio cuore, fosse anche a destra, scoverà mille analoghi paria fra i tre miliardi di esseri che brucano le ortiche del sentimento!
Se comincio dall’amore è perché l’amore è per tutti: per quanto piaccia negarlo, è la grande cosa della vita.

A voi che nutrite qualche avvoltoio insaziabile, – voi poeti hoffmaniani che il suono dell’armonica fa danzare in luoghi cristallini, e che il violino strazia come una lama scava in cerca del cuore, – contemplatori aspri e avidi, per i quali lo spettacolo della natura è un’estasi pericolosa: che l’amore sia per voi un calmante.
Poeti tranquilli, – poeti oggettivi-, nobili partigiani del metodo, architetti dello stile, politici con un compito giornaliero da compiere: che l’amore sia per voi un eccitante, una bevanda fortificante e tonica, che la ginnastica del piacere un perpetuo incitamento all’azione!
A questi i calmanti, a quelli l’alcool.
Per voi che la natura è crudele e il tempo prezioso, l’amore sia un cordiale che arde ed anima il cuore.
Bisogna dunque scegliere i propri amori.
Senza negare i colpi di fulmine, impossibile, (si veda per ciò Stendhal, Sull’amore, libro I, capitolo XXIII), bisogna credere che la fatalità gode di una certa flessibilità che si chiama libertà umana.
Così come per i teologi la libertà consiste a rifuggire le tentazioni invece che resistervi, così, in amore, la libertà consiste a evitare le categorie di donne pericolose, o meglio pericolose per voi.
La vostra amante, la donna del vostro cielo, vi sarà indicata dalle vostre simpatie naturali, verificate da Lavater1, pittura e statuaria.
I tratti fisiognomici sarebbero infallibili, se solo li conoscessimo tutti e bene. Non posso dare qui tutti i caratteri fisiognomici delle donne che si addicono eternamente a questo o quell’altro uomo. Forse un giorno compirò questo sforzo immane in un libro che avrà per titolo Il Catechismo della donna amata; ma sono sicuro che ciascuno di noi, aiutato dalla sue autoritarie e pur vaghe simpatie, e guidato dall’osservazione, potrà trovare a suo tempo la donna necessaria.
D’altra parte, le nostre simpatie non sono generalmente pericolose: la natura, in cucina come in amore, raramente ci dà il gusto per qualcosa che ci fa del male.
Per come intendo la parola amore nel suo senso più completo, sono obbligato ad esprimere qualche massima su questioni particolarmente delicate.
Uomo del Nord2, ardimentoso navigatore perso tra le nebbie, cercatore di aurore boreali più belle del sole, instancabilmente assetato3 dell’Ideale, ama le donne fredde. Amale bene, perché l’impegno è più grande e aspro, e sarai un giorno onorato al tribunale dell’Amore, che siede al di là del blu dell’infinito.
Uomo del Sud, cui l’assolata natura non può dare il gusto del segreto e del mistero, uomo frivolo, di Bordeaux, Marsiglia o d’Italia, fatti bastare le donne ardenti; questo movimento e quest’animosità sono il tuo impero naturale, piacevole impero.
Giovane, che vuoi essere un grande poeta, guardati dal paradosso in amore; lascia gli scolari ebbri4 della loro prima pipa cantare a squarciagola le lusinghe della donna grassa; serba queste menzogne ai neofiti della scuola pseudo romantica. Se la donna grassa è talvolta un affascinante5 capriccio, la donna magra è un pozzo di tenebrose voluttà.
Non denigrare mai la natura, e se ti ha dato in dono un’amante senza seno, dite: «Ho un amante6 … con delle anche!» e andate al tempio a rendere grazia agli dèi.
Sappiate trar giovamento dalla bruttezza7; dalla vostra, sarebbe troppo semplice; tutti sanno che Trenk, la Gola bruciata, era adorato dalle donne8; dalla sua! Ecco cosa è più raro e bello al contempo, ma che l’associazione delle idee renderà facile e naturale.
Immagino il tuo idolo malato. La sua bellezza è svanita sotto l’orribile crosta del vaiolo, come la turgida vegetazione sotto i pesanti ghiacci invernali. Scosso ancora dalle lunghe angosce e le discontinuità della malattia, contempli con tristezza le stigmate incancellabili della cara convalescente; giunge subito alle tue orecchie un’aria morente eseguita dal delirante archetto di Paganini, e quest’aria adeguata parla proprio di te, e sembra raccontarti il tuo poema interiore di speranze andate.
Da quel momento, le tracce del vaiolo saranno parte del tuo benessere ed evocheranno sempre al tuo sguardo intenerito l’aria misteriosa di Paganini. Queste tracce saranno ormai non solo un oggetto di tenera affezione, ma ancora di voluttà fisica, se tuttavia sei uno di quegli spiriti sensibili per i quali la bellezza è la promessa della felicità. È soprattutto l’associazione delle idee che fa amare le brutture: e rischi forte, se la tua amante scarificata dal vaiolo ti tradisce, di non poterti consolare se non con una donna anch’essa scarificata.
Per certi animi più curiosi e che hanno fatto esperienza della bruttezza, la delizia del gioirne viene da un sentimento ancora più misterioso, che è la sete dell’ignoto e il gusto dell’orrido. Questo sentimento, di cui ciascuno di noi porta il germe più o meno accentuato, fa precipitare certi poeti ad anfiteatri e cliniche, e le donne alle esecuzioni pubbliche. Compatirei chi non riesce a capire; un’arpa cui manca una corda grave!
Quanto all’errore grammaticale che, per certi novellini, deriva dalla bruttezza morale, non è superfluo spiegarvi come può produrre tutto un poema ingenuo di ricordi e gioie? Il seducente Alcibiade balbutiva così bene, e l’infanzia ha tali divini farfugliamenti. Guardati bene dunque, giovane adepto della voluttà, dall’insegnare il francese alla tua amata – a meno che non necessiti essere il suo maestro di francese per diventare il suo amante.
Ci sono persone che si vergognano di aver amato una donna il giorno in cui si accorgono che è stupida9. Essi non sono altro che dei boriosi vanitosi, fatti per brucare tra i cardi più impuri del creato, tra i favori di una pedante. La stupidità è spesso l’ornamento della bellezza; è lei che dà agli occhi quella limpidezza ombrosa degli stagni nerastri; allontana le rughe; è un cosmetico divino che preserva i nostri corpi dai morsi che il pensiero tiene in serbo per noi, saccenti villani che siamo!
Ci sono uomini che ce l’hanno con le loro donne per essere prodighe. Sono dei pubblicani, o repubblicani, che ignorano i principi essenziali dell’economia politica. I vizi di una grande nazione sono la sua più grande ricchezza.
Altri, gente posata, deisti ragionevoli e moderati, i dogmatici del giusto mezzo, si infiammano nel vedere la propria donna gettarsi nella devozione. Oh! Gli stolti, che non sapranno mai suonare uno strumento! Oh! Tre volte sciocco chi non vede che la forma più adorabile che la religione possa prendere è la sua donna! Un marito da convertire, quale delizioso pomo! Il bel frutto proibito che una grande ingiustizia, in una tumultuosa notte invernale, – in un angolo accanto ad un fuoco, vino e tartufi-, cantico muto della felicità domestica, vittoria sulla natura rigorosa, che sembra insultare gli dèi!
Non potrei finire così presto, se volessi enumerare tutti i pregi e i difetti di ciò che s’intende per vizio e bruttezza morale; ma, sovente, si presenta alle persone intelligenti e di cuore, una circostanza difficile e angosciosa come una tragedia: l’essere incastrati tra l’inclinazione ereditaria, paterna, della morale e l’inclinazione alla tirannia per una donna che bisogna aborrire. Numerose e ignobili infedeltà, abitudini di bassa lega, vergognosi segreti scoperti inopportunamente vi ispirano orrore per l’idolo, e capita talvolta che la vostra gioia vi dia i brividi. Eccovi impantanato nei vostri ragionamenti platonici. La virtù e l’orgoglio vi gridano: fuggila. La natura bisbiglia: dove fuggirla? Terribili alternative dove persino le anime più forti mostrano tutta l’insufficienza dell’educazione filosofica. I più abili, vedendosi obbligati a recitare l’eterno romanzo di Manon Lescaut e di Leone Leoni10, se ne sono lavati le mani dicendo che il disprezzo ben si accorda con l’amore. Vi darò dunque una ricetta semplicissima che non solo vi dispenserà da certe vergognose giustificazioni, ma anche vi permetterà di non intaccare il vostro idolo e di non interrompere la vostra cristallizzazione11.
Suppongo che l’eroina del vostro cuore, dopo aver abusato del fas e del nefas, sia arrivata ai limiti della perdizione, dopo aver – estrema infedeltà, tortura suprema! – tentato di esercitare le sue grazie sui suoi carcerieri e i suoi carnefici12.
Abbandonerete così facilmente il vostro ideale, o, se la natura vi fa gettare, fedele e lacrimoso, tra le braccia di questa pallida condannata alla ghigliottina, direte col tono rassegnato della mortificazione: “Il disprezzo e l’amore sono fratellastri!”? Per nulla. Poiché questo è il paradosso di un’anima timorosa dall’intelligenza oscura. Dite arditamente, e col candore del vero filosofo: «Meno scellerato, il mio ideale non ebbe compimento. Lo contemplo, e sono suo servo; di una così potente puttana, la Natura sola sa cosa farne. Felicità e ragione supreme! Assoluto! Risultante dei contrari! Ormuz e Arimane13, siete una cosa sola!»
Ed è così, in virtù di una più sintetica visione delle cose, che l’ammirazione vi condurrà naturalmente verso l’amore puro, questo sole la cui intensità cancella tutte le ombre.
Ricordatevene, è soprattutto del paradosso in amore che bisogna guardarsi. È la spontaneità che salva, la spontaneità che lo rende florido, la vostra padrona fu ripugnante come la vecchia Mab14, la regina delle atrocità! In generale, per la gente di mondo (un saggio moralista l’ha detto) l’amore non è che amore per il gioco, amore per i conflitti. A torto. L’amore deve essere amore, il conflitto e il gioco sono permessi in amore solo per strategia.
Lo sbaglio più grande commesso dalla gioventù moderna è inventarsi dei mali. Molti innamorati sono solo dei malati immaginari che spendono molto in farmacopea, e pagano smodatamente M. Fleurant e M. Purgon, senza avere i piaceri e i privilegi di una vera malattia. Notate bene che appesantiscono il loro stomaco con droghe assurde, consumando da soli le proprietà digestive dell’amore. Benché bisogna restare nel proprio tempo, guardatevi dall’emulare l’illustre Don Giovanni il quale, a detta di Molière, fu solo una rude canaglia, piena di stile senza dubbio, e affiliata all’amore, al crimine e alle astuzie; poi è diventato, grazie ad Alfred de Musset e Théophile Gautier, un artistico flâneur, che rincorre la perfezione passando per le case di malaffare, e alla fine non è altro che un vecchio dandy estenuato dai suoi viaggi, il più sciocco del mondo di fianco ad una donna onesta infatuata del proprio marito.
Regola sommaria e generale: in amore guardatevi dalla luna e dalle stelle, guardatevi dalla Venere di Milo, dai laghi, dalle sonate, dalle scale di corda e di ogni romanzo (persino dal più bello del mondo), anche se fosse scritto da Apollo in persona! Ma amate bene, vigorosamente, coraggiosamente, orientalmente15, ferocemente, fate come vi piace; che il vostro amore – senza escludere l’armonia – non tormenti l’amore altrui; che la vostra scelta non muti lo stato delle cose. Gli Inca amavano le proprie sorelle; accontentatevi di vostra cugina. Non scalate balconi, non insultate mai i pubblici ufficiali; non togliete alla vostra amante il piacere di credere agli Dèi, e quando l’accompagnerete al tempio, sappiate bagnare opportunamente le dita nell’acqua pura e fresca dell’acquasantiera.

Essendo ogni morale testimone della buona volontà dei legislatori (essendo ogni religione una suprema consolazione per tutti gli afflitti), ogni donna un pezzo dell’essenza della donna, essendo l’amore la sola cosa per la quale valga la pena di limare un sonetto e vestirsi di fine biancheria, riverisco tutte queste cose più di ogni altra, e denuncio per calunnia chiunque faccia di questo brandello di morale un motivo per farne croci e alimento di scandalo.
Morale cangiante, non credete? Vetri policromi colorano forse troppo l’eterna lampada di verità che vi riluce dentro? No, no. Se avessi voluto provare che tutto è bene nel migliore dei mondi possibili, il lettore avrebbe il diritto di dirmi, come a quel genio di scimmia16: come sei crudele! Ma ho voluto provare che tutto è bene nel peggiore dei mondi possibili.
Mi si verrà perdonato molto, perché ho molto amato! il mio lettore… o la mia lettrice.

***

Commento alle Massime – Ilaria FagoneFélix Nadar, "Baudelaire"

La Scelta di massime consolatorie sull’amore, apparso per la prima volta nel 1846, è un breve saggio in prosa ascrivibile alla produzione “intima” di Baudelaire. Nelle successive edizioni verrà infatti inserito nel corpus dei Journaux intimes, composti da Fusées e Mon coeur mis à nu. All’ammiratore e conoscitore esperto di Baudelaire questi due titoli saltano sicuramente alla memoria, mentre le Maximes restano pur un’opera di nicchia, ignota ai più, soprattutto al pubblico italiano. A nostra conoscenza, infatti, le uniche edizioni italiane di tale scritto appaiono in appendice a I rimedi dell’amore di Ovidio (UTET, Torino 2014) e nella raccolta completa delle Opere dei Meridiani (Mondadori, Milano 1996). Precisiamo che la versione che qui proponiamo non tiene conto di queste traduzioni. Abbiamo invece tenuto conto del solo testo in lingua, la terza edizione dei Journaux intimes edita da Crès nel 1920.
Difficile tener da parte la riverenza e la soggezione quando ci si trova davanti ad un arbiter elegantiae come Baudelaire: il rischio di rovinare l’atmosfera e la perfetta armonia dei suoi testi è altissimo quando si tenta la trasposizione in una lingua altra dal francese. Ci siamo sottoposti a quest’onere, cogliendo la sfida con la speranza di introdurre al lettore i sibillini precetti impartiti dalle Massime. Sibillini e resi a tratti oscuri dalla preziosismo dei riferimenti extratestuali, la cui comprensione è determinata dalle conoscenze del lettore, malgrado Baudelaire stesso si sia prodigato, in pochi casi, a fornire precise indicazioni (si veda il riferimento a Stendhal).
Onde evitare stravolgimenti di senso nella volontà di rispettare l’intenzione d’autore e l’architettura del testo stesso, si è optato per una traduzione che fosse quanto più vicina alla matrice, sciogliendo raramente concetti ermetici, ed intaccando quanto meno possibile la sintassi o le diatesi d’origine. In un solo caso, per conservare il tono perentorio del discorso, è sembrato opportuno distaccarci dall’autore, volgendo in “tu” il “voi” dell’originale. L’interpolazione più “invasiva” è stata operata a livello della punteggiatura: nell’originale è presente un gran numero di trattini atti a separare, nei periodi complessi, il concetto principale da precisazioni o esclamazioni secondarie che l’autore vuol fare in una sorta di aparté. Per snellire il testo, in tal caso sono state usate parentesi o il periodo è stato spezzato in frasi più brevi.
Ulteriori precisazioni, che abbiamo ritenuto necessarie, sono fornite nelle note a piè pagina.

È a nostro avviso più congeniale entrare nell’anima del saggio. Sempre nel 1846, la pubblicazione del Conseil aux jeunes littérateurs (Consiglio ai giovani letterati) anticipa le Maximes: il primo consiglia il giovane poeta alle prime armi in amore, il secondo il giovane amante. Inquieta ed attrae il Baudelaire che si spoglia dei suoi caratteristici lirismi per far spazio alla schiettezza di giudizio: senza abbandonare il proprio ruolo di precettore e consigliere, nel quale è febbrilmente calato, elabora il prontuario delle pratiche amorose. Ergendosi sulla sua turris eburnea lontano dal suo interlocutore, marca la distanza tra il genio e il gregge umano, la folla che si appresta ad ascoltarlo e a coprirlo di elogi, pur senza comprenderlo. Ma le sue massime non hanno del polveroso dogmatico. Ripensando ai trascorsi sentimentali di Baudelaire, alle amanti che in lui hanno lasciato profondi tracce, e all’onnipresenza dell’amore nella sua vita e nella sua arte, comprendiamo che la distanza tanto salvaguardata viene ad annullarsi: il giovane innamorato è un suo pari, ugualmente afflitto dalle pene d’amore. Dei suoi amori passati e presenti, trae costante insegnamento ed ispirazione: ricordiamo ad esempio la liaison con Sarah, detta la Louchette, che ispirò la stesura di Une nuit que j’étais près d’une affreuse juive. L’amore di cui ci parla non ha nulla a che vedere con i deliri romantici: è innanzitutto un’esperienza umana, fisica, universale. L’amore è per tutti, è la grande cosa della vita, fatta per l’uomo del Nord, del Sud, per il giovane così come per il vecchio. E per viverla a pieno, una sola è la grande regola generale: sapersi guardare dallo straordinario, dalle prodezze, dalla seduzione che la ricerca della perfezione può suscitare in noi ma soprattutto, sapersi guardare dagli scrittori. Pena, fare la fine di Don Giovanni, che qui, come nel Don Juan aux enfers, viene considerato un ribelle irreconciliabile, sopraffatto dalla noia mortale della ricerca di nuovi piaceri.
La consolazione che il titolo stesso delle massime ci promette risiede in un’unica, ossimorica e semplice gioia: la bruttezza. Che si tratti di bruttezza morale (la stupidità di una donna) o fisica (un corpo straziato dalla malattia), poco importa: il centro dell’esperienza amorosa non è altro che la donna, l’idolo che nella sua totalità e nella sua mistica potenza piega l’amato alla devozione della sua maîtresse. L’invito è quello di non cedere alla tentazione che la ricerca pedissequa della bellezza esercita su di noi: al contrario, per essere dei veri amanti, dobbiamo cogliere nell’oggetto amato l’essenza conturbante di un particolare singolare che lo caratterizza. In tale contesto Baudelaire ripudia l’ideale della “donna grassa” quale apice della bellezza, vedendo al contrario nella “donna magra” il mezzo per raggiungere l’abisso delle voluttà: una riflessione critica che segna la rottura tra la tradizione e la modernità, ed è impossibile non scorgervi il lume del gusto per il distorto che caratterizza il nostro contemporaneo modo di sentire.
Ma la sua non è un’intuizione di semplice ordine estetico: andare alla ricerca di un qualcosa di non convenzionale, di una “non bellezza”, può essere inteso come l’inizio di un cammino ascetico che ha il suo culmine nell’introspezione, e in un contesto amoroso, nel raggiungimento dell’autonomia del sé nei confronti dell’oggetto amato. Il fatto che l’amore “somiglia ad una tortura o ad un’operazione chirurgica” è nullo se ci soffermiamo a riflettere sulla disparità della percezione del sentimento che si ha tra i due amanti; anche se i due possano essere entrambi presi l’uno dall’altro, uno dei due sarà più calmo e meno sopraffatto dall’altro: il carnefice. E non è forse il terrore dell’inflizione di nuove torture che ci tiene legati al nostro amante? D’altronde, “la voluttà unica e suprema dell’amore risiede nel fare il male” continua Baudelaire.
Ma nemmeno la consapevolezza del dolore e dell’orrido che l’amore ha in serbo per noi potrebbe mai permetterci di sottrarci alla sua autorità: cogliamo pertanto l’invito delle Massime, scaldati dalla controversa saggezza di Baudelaire.

  1. Johann Kaspar Lavater (1741-1801), filosofo e teologo svizzero, condusse importanti studi sulla fisiognomica ad impianto fortemente etnologico rispetto a quelle dei precedenti autori (NdT).
  2. La prima delle tre esortazioni al lettore che seguono. Baudelaire vi si rivolge tramite pronome allocutivo, che abbiamo sostituito con un più “moderno” tu. (NdT)
  3. Nel testo “soifier”, hapax. È un sostantivo derivato da soif, sete, e designa colui che beve per necessità fisiologica. È stato reso tramite un aggettivo per la mancata corrispondenza esatta in italiano. (NdT)
  4. Ricordiamo il diktat baudeleriano “enivrez-vous” (ubriacatevi), per cui bisogna essere costantemente ebbri: sia d’alcool, di poesia o virtù. («Il faut vous enivrer sans trêve. Mais de quoi? De vin, de poésie, ou de vertu, à votre guise») (NdT)
  5. Charmant nel testo. Sappiamo che la parola charme, che non trova corrispondenza esatta in italiano, indica un concetto che coniuga in sé l’incanto e l’erotismo in tutte le sue sfaccettature. (NdT)
  6. Nel testo “ami”. Baudelaire gioca sull’ambivalenza della parola, che nel lessico della poesia provenzale veniva impiegato (nel femminile di “amie”) per designare l’amata. (NdT)
  7. Quello del voler “trarre la bellezza dal male” è un concetto fondante della poetica di Baudelaire a partire dall’ossimorico titolo I fiori del male. Egli stesso lo afferma in una prefazione, mai portata a termine né pubblicata, per I fiori del male : «Des poètes illustres s’étaient partagé depuis longtemps les provinces les plus fleuries du domaine poétique. Il m’a paru plaisant, et d’autant plus agréable que la tâche était plus difficile, d’extraire la beauté du Mal» (Projets d’une préface pour la seconde édition des Fleurs du mal, in Charles Baudelaire, Œuvres posthumes, Société du Mercure de France, 1908, Paris, p. 11) (NdT)
  8. Avremmo potuto citare Mirabeau, ma sarebbe troppo comune e d’altronde sospettiamo che fosse di una bruttezza sanguigna, e questo ci è particolarmente antipatico. (NOTA DI C.B.)
  9. All’epoca della stesura delle Massime Baudelaire frequentava Jeanne Duval, donna che reputava piuttosto stupida ma con la quale ebbe l’unica liaison duratura in tutta la sua vita. (NdT)
  10. Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut (« Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut »), meglio noto semplicemente come Manon Lescaut, è un romanzo dell’Abbé Prévost; Leone Leoni è un romanzo della scrittrice George Sand. Entrambi hanno per sfondo rocambolesche storie d’amore-odio ricche di avventure che condurranno i protagonisti verso un triste destino. (NdT)
  11. Sappiamo che tutti i nostri lettori hanno letto lo Stendhal (C.B.)
  12. Come nell’Asino Morto (C.B.)
  13. Angra Mainyu o Arimane è nella religione mazdeista il nome dello spirito malvagio guida di una schiera di “dèmoni” detti daeva. Viene interpretato come una creatura celeste creata da Dio Ahura Mazda e a lui successivamente ribellatasi per libera scelta. Ahura Mazda, o Hormudz, è il nome dato all’unico Dio nella religione zoroastriana (o appunto mazdeista), creatore del mondo sensibile e sovrasensibile. (NdT)
  14. Regina Mab, fata shakespeariana presente in Romeo e Giulietta, personaggio ricorrente in letteratura e arte in quanto metafora di sfortune e pestilenze. (NdT)
  15. Nel testo orientalement, avverbio di modo, “alla maniera orientale”, è stato reso con un avverbio (inesistente in italiano creato per analogia con gli antistanti avverbi) per preservare l’omoteleuto. (NdT)
  16. «Voltaire alors régnait, ce singe de génie – Chez l’homme en mission par le diable envoyé», V. Hugo riferendosi a Voltaire. (NdT)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *