Martedì (in “Suite Etnapolis”) – Antonio Lanza

[La casa editrice Marcos y Marcos pubblica, per l’edizione 2017, il XIII Quaderno di Poesia italiana contemporanea, volume in cui sono racchiuse le poesie di sette giovani e promettenti poeti introdotti di volta in volta da sette volti noti della poesia italiana. Ai nostri lettori proponiamo i versi di Antonio Lanza, poeta catanese selezionato nella prestigiosa raccolta con la sua Suite Etnapolis (Marcos y Marcos, Milano 2017, pp. 100-143) che reca la prefazione di Fabio Pusterla]

 

«Quanto più le figure umane sono inghiottite dal gorgo di Etnapolis […] tanto più le povere storie che il poemetto ci svela per frammenti, le faticose vite dei giovani lavoratori imprigionati, umiliati e sfruttati a Etnapolis assumono una valenza corale, epica appunto, e sia pure di un epos minore e sconfitto»
(dalla prefazione di Fabio Pusterla).

Layout 1

 

 

Martedì (in Suite Etnapolis) – Antonio Lanza

 

Dall’orologio al muro battevano i secondi.
Il silenzio forava l’attesa. Del chiarore alla finestra
separava la camera dalla città affocata. Il poco tempo
trascorso bene insieme si comprimeva in gesti ultimi,
in premure intime, o inutili, come raccogliere in bagno
le mutandine e chiedere dove bisognasse
metterle ed eccitarsi vagamente ad annusarle
e non sapere perché, e schiacciare i perché in uno scoppio
di risa. La valigia aperta come un libro sopra il letto,
adesso piena e ordinata, solo da richiudere, e il disordine
nel respiro di Daria, la confusione in Francesca, i gesti
liquidi, senza più punti fermi, rivoli inefficaci, e il tamburo
del cuore che non si decideva a andare a capo, che proseguiva
la riga, travalicava la pagina, rincorso dall’orologio al muro.
Poi Daria liberava un orecchio dai lunghi
capelli neri – una mandorla perfetta – piegava a sinistra il
collo
come a offrirlo (come mi comporto male),
ma offrirlo a chi, offrirle per gioco la giugulare, delirio
di preda cacciata (niente più, si discolpa
adesso in macchina con se stessa,
che mettere qualcuno nelle condizioni di).
Mentre si arrota il ricordo, la strada le scorre
fino a Etnapolis sul bordo
disattento degli occhi:
inumidita, rimpastata, acroma
non so ancora
se mettere corna o ali non so
se è nebbia o vapore
che giocano a cancellarmi.

 

La macchina, una Y10 grigia, cuoceva già
sotto il sole delle nove, in via Lentini –
lo specchietto riattaccato con del nastro
adesivo. Di schiena, in una slentata maglietta
rossa, la testa rasa di fresco, più ossa sporgenti
che ore di sonno, c’era Alessandro,
appoggiato alla portiera, una mano in tasca.
Laura in ritardo spalancato
il portone la investivano in sequenza
la luce accecante della strada, la Yaris
verde acqua dell’ex dietro la sua, e poi
il collo di lui che lentamente si torce.
Dopo, lui che si stacca dalla portiera
del guidatore ma non si muove,
lei a metà del marciapiede
appietrata come da bimba solo
nel sogno del fulmine, le nuove
scombinate iscrizioni sul volto
di lui; infine: “Ti ho vista!”
incominciava. “Ieri. Ai parcheggi. Con quello. Tempo
non ne hai perso! Di tempo,
tu, non ne perdi?!” e giù manate
sul tettuccio dell’auto:
sembrava in combutta con tutti
lì in strada, tutti
avvisati, tutti dalla sua
parte, perché nessuno
passava tutti sentendo
o no dietro i fili dei muri.

 

Le diverse file di cristi sofferenti,
in oro argento vetro murano
legno d’ulivo, inchiodati in croci dalle differenti
forme, tutti ugualmente (e croci dal design
moderno dove è cancellata ogni scomoda
traccia di sofferenza, insonni croci
di san Damiano e croci con luccicanti
swarovski) tutti ugualmente da lei
distolgono il viso coronato:
“…di mangiapaneatradimento io in questo negozio
non ne voglio”; e – mani in grembo – davanti
allo schermo del pc, ogni lacrima è una spina.
L’incantevole donna egiziana, l’appassionato
di Bukowski bukowskiano anche nell’aspetto,
la studentessa i cui scrittori preferiti erano tutti
morti giovani, come D’J Pancake, e quella che
un libro, ma quale, doveva cambiarle la vita,
il riservato cultore di arte di cui nessuno
conosceva il nome, bastando
‘signor Taschen’, l’uomo ricciuto con la voglia
sul volto che rubava al reparto informatica; e poi l’odore
di carta al mattino, i libri risvegliati dai faretti
al neon nel torpore del loro sonno
notturno, non le pile alte sui cubi, ma le orgogliose
solitudini agli scaffali, il sibilo di salvezza
di una copertina amata, i Karamazov del catalogo
Oscar, sopra tutto il chiasso il cupo nero niente,
e poi cosa cosa altro ancora.

 

Più irreale l’Etna una tonalità di blu
più scura del cielo alle spalle
che Etnapolis ancora illuminata
dopo la chiusura, il tramonto già
consumato sventagliati gli ultimi
raggi l’erba gli ulivi e i peschi
che rilasciano gradualmente tutto
il calore imprigionato
tra le foglie
                  …e un anno come oggi –
il pianeta ruota ancora le stesse leggi
immutabilmente disciplinano la vita –
moriva mia mamma
“Mia mamma” spezza Alfredo un silenzio, l’auto
s’arrampica in salita “oggi è un anno che non c’è più”.
(“Mi daresti stasera un passaggio a casa?” gli aveva
chiesto Laura. “Ho un male a questa mano, altro
che guidare, non riesco neanche a chiuderla:
guarda! Mi sa che avrei dovuto metterci
del ghiaccio, prima”). “Sapevo
di tua mamma” Laura replica, fissando il cambio.

 

Nicolò dorme allungato sul sedile
posteriore, il pollice in bocca: le luci
arancioni di una circonvallazione
scorrono sui vetri dell’auto, a intervalli
regolari spìano l’interno. “È stanco”
dice la nonna voltandosi a guardarlo.
Vanessa alza gli occhi allo specchietto,
una sagoma silenziosa e scura:
“Si è tolto una scarpetta” dice. “È stato
tutto il tempo a scherzare con la commessa
Cinzia. Le risate! Uh, guarda, sono
a terra, dietro di te”. “Non fa che minacciarci,
quel porco”. “E che baci, che carezze che
le dava”. “Ha detto che se non incrementiamo
le vendite…” “Gli ha regalato un’immaginetta,
è stata gentile, gliel’ho messa nel taschino
dei jeans”. “…ci sbatte fuori, così ha detto”.
“Di san qualcosa, non ricordo, protettore
dell’infanzia”. “E lo infastidisce che mi porto
Nicolò, dice che… ma mi stai ascoltando o no?”

 

Come un luna park spento, buono per ambientarci
un racconto dell’horror: se poteste vederla, Etnapolis,
spenti i negozi, le vetrine; la galleria vuota da cui
ti aspetti il prorompere di un qualche spettro,
e il silenzio pesante, e di tanto
in tanto un rumore sospetto, giù, che poi
non è niente. Parola di Nuccio, parola
di guardia giurata: basterebbe che vi aggiraste
una volta per Etnapolis spenta, spenta
come un luna park da racconto dell’horror,
per arrivare a capire di cosa viviamo.

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Etnapolis di etnapolis, tutto
è etnapolis, dalla terrazza da cui solo mi sporgo
lamento, finito il turno, la prova.
(C’è buio fitto adesso – e dorme distesa
tutta sotto le stelle la colossale
Babilonia.) Balena spiaggiata, Etnapolis,
colonia penale, Etnapolis,
pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia –
piàcciati entrare intera nel mio canto,
le luci come l’immondo.

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