Suite Etnapolis di Lanza: una perdita di nulla nel tutto – Cateno Tempio

Suite Etnapolis di Antonio Lanza: una perdita di nulla nel tutto – Cateno Tempio

 

La città contemporanea tende a risolversi in centro commerciale. O almeno, il centro commerciale aspira a sostituire la città. Il fine a cui tende il centro commerciale è assorbire, comprendere la vita cittadina. Il consumismo perfetto troverebbe compimento nella rivoluzione dell’esistenza quotidiana: non la vita in una città in cui vi sono anche dei negozi, bensì la vita in un grande negozio ove vi sono anche abitazioni. Probabilmente tutto ciò non accadrà mai; o forse sì; o per certi versi sta già accadendo, anche se in maniera parziale.
Il centro commerciale è stato un po’ infelicemente definito “non-luogo”, quando invece si risolve tutto nell’essere un luogo, e poco più: tempo perso. È il luogo assoluto, ossia l’assoluta assenza dello spazio: lo spazio è dove accadono le cose, il luogo occupa lo spazio. Il luogo assoluto riempie di sé tutto lo spazio e lo esaurisce. Il centro commerciale è delimitato, non periferico, tutto “centro”, tutto “commerciale”, chiuso, introverso, autoreferenziale.
Il senso di straniamento che si prova entrando in un centro commerciale è trovarlo uguale a tutti gli altri: stessi corridoi, stessi negozi, medesimi profumi, gente uguale, istesse scansioni temporali. Tutto è uguale a sé stesso, che il centro commerciale si trovi a Milano o a Catania. Nel centro commerciale ogni cosa si dà una volta per tutte e si ripete sempre uguale. Questo significa una sola cosa: nel centro commerciale non succede nulla.
Chi voglia scrivere oggi sul nulla, si dedichi al centro commerciale. Chi voglia scrivere nulla di nulla, scriva di un centro commerciale nel nulla della Sicilia, come appunto ha fatto Antonio Lanza col suo precisissimo Suite Etnapolis.
Etnapolis è un centro commerciale a ridosso dell’Etna. Se consideriamo quella parte di Sicilia che va dalla cattedrale nel deserto del Sicilia Outlet Village di Agira (En) fino ai dintorni di Catania, troviamo una concentrazione di centri commerciali che forse non ha eguali altrove. Sarebbe interessante approfondire questa stramba peculiarità sicula. Etnapolis, per tradizione, posizione, estetica (c’è pur sempre almeno una mano di
Fuksas) rappresenta un caso particolare. Per molti anni è stato il centro commerciale, almeno per chi abita da quelle parti. Si trova in un limbo: vicino a niente, non molto lontano da tutto. È il prototipo del centro commerciale fine a sé stesso, calato in un luogo – la Sicilia, viepiù etnea – fine a sé stesso.
E appunto nella Suite Etnapolis di Lanza non v’è altro che Etnapolis, niente succede fuori da Entapolis, anzi fuorché Etnapolis. Le parti della suite vengono titolate coi nomi dei giorni della settimana. Ai personaggi che compaiono non accade niente che non accada a tutti; così come gli avventori non hanno niente di particolare che non abbiamo tutti. È la santificazione del nulla – benedetto iddio –, è il sancta sanctorum dei giorni della settimana, di una settimana qualsiasi che non cela nessun segreto: c’è da lavorare, da domenica a sabato; c’è da compare, da domenica – soprattutto la domenica – a sabato. E allora «santa e benedetta la domenica di Etnapolis, | santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena» (p. 114). Il tempo uguale non ritorna eternamente, perché non v’ha differenza alcuna. Non accade niente, non c’è niente che ritorni. C’è solo il luogo assoluto che assorbe il tempo, che occupa tutto lo spazio, non lasciando spazio per altro: «Etnapolis di etnapolis, tutto è etnapolis: | non c’è centimetro o angolo | a Etnapolis che non sia etnapolis» (p. 113).
I personaggi che compaiono nei versi di Lanza hanno delle esistenze comuni, potrebbero essere ognuno di noi: una gravidanza per il momento tenuta nascosta, un amore finito, un sogno erotico, uno specchietto rotto di un’automobile, un’umiliazione lavorativa, il miraggio della pensione (a parte: che epoca ambiziosa quella che brama come unica meta la pensione). E i versi si fanno piani, discorsivi, a limiti della prosa, slargandosi solo a fine giornata, come quando si finisce di lavorare e si solleva un attimo lo sguardo o magari si mira da una terrazza, accorgendosi per un attimo che forse qualcosa oltre Entapolis esiste ancora, magari «bimbi lanciati | sull’altalena; altri con le manine sulle sponde | di protezione che vengono giù | dagli scivoli disponibili ai ricordi che di qui | forse a struggerli | per sempre torneranno; | coppie che passeggiano capovolte | dentro i laghetti artificiali» (p. 117). E tuttavia anche questa visione, questo squarcio di realtà risulta effimero, perché sottentra nuovamente la consapevolezza che «Etnapolis di etnapolis – salmodio, a scanso | di inganno, rientrando – tutto, | tutt’intero è etnapolis» (p. 117).
Nella finzione comunemente accettata come realtà del centro commerciale, non sono tuttavia gli esseri umani i veri soggetti che agiscono o accadono nel nulla del luogo. A rendere reale questa creazione del dio mercato sono gli oggetti propri che vi abitano come cittadini effettivi e a cui è dedicata la giornata del “Mercoledì” (pp. 135-143): manichini, allarmi, altoparlanti (ma solo a me, quando sento una voce provenire da un altoparlante sospeso sulle nostre teste, accade di pensare ai campi di concentramento?). La sfida di Lanza – se sfida può darsi in poesia – può a conti fatti dichiararsi vinta: una poesia contemporanea che parla del contemporaneo, ossia del nulla. Una poesia senza protagonisti, senza soggetti in carne e ossa che non agiscano alla stregua di androidi, senza emozioni che non siano le stesse emozioni di tutti: il soggetto è solo uno, tutto centro, tutto commerciale. È il luogo assoluto, il tempo perso, la perdita in sé. Ma di cosa poi? Nulla avevamo, nulla abbiamo perso. Nel nulla di un centro commerciale, come un buco nero che di notte si circonda di luce – come Etnapolis – siamo stati dal primo vagito. Nel nulla – che sia di un centro commerciale o meno –, prima o poi, incapperemo tutti, in un giorno qualsiasi della settimana.

 

[Cateno Tempio, recensione a: A. Lanza, Suite Etnapolis, pref. di F. Pusterla, in: Aa. Vv., XIII Quaderno di Poesia italiana contemporanea, Marcos y Marcos, Milano 2017, pp. 100-143]

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