Sul lessico del sacro in P. Russo – Domenico La Magna

Sul lessico del sacro in P. Russo – Domenico La Magna

 

9788869740404_0_0_1466_80

Aprendo A questa vertigine (Italic&Pequod, Ancona 2016), nell’aletta sinistra che precede il frontespizio, ci si imbatte subito in una spiegazione del titolo: «I Greci avevano una parola, kairòs, che specificava un istante, unico e irripetibile, all’interno del fluire incessante del tempo (krònos) ma che dal dominio di questo, in un certo modo, si sottraeva. Era loro intenzione infatti designare l’attimo in cui lo spazio e il tempo normalmente percepiti collassano e, senza più nessun appoggio di riferimento, frana la misura delle cose: l’attimo della vertigine».
La vertigine come momento irripetibile; ma anche smarrimento, vuoto, assenza di riferimenti. Concetto ribadito in epigrafe attraverso una citazione tratta da La notte dei Getsemani. Saggio sulla filosofia di Blaise Pascal, di Lev. I. Śestov, in cui si legge: «Si sentiva senza sostegni al di sopra di un precipizio, e sarebbe caduto in un abisso senza fondo qualora fosse abbandonato alla sua tendenza “naturale”».
Sin da subito il lettore è fatto partecipe di una sensazione di capogiro, di sospensione precaria e rischiosa in cui non è difficile immedesimarsi, specie in quest’epoca caotica in cui la sensazione di essere sull’orlo di un abisso è sempre più forte.
Per quanto dominante, il tema della vertigine non è l’unico. I versi di Russo abbracciano una larga quantità di motivi, che spaziano dall’ “humus verghiano”, di cui parla l’autore riferendosi alla sezione Tra due impossibili, a quello della religione, che percorre tutto il libro ma è presente in special modo nella sezione Per testimonianza e linea di basso; fino a quello del tempo che passa e lascia la sua impronta tra le pagine del ricordo, si prenda ad esempio la bellissima Eravamo splendidi, poesia centrale della prima sezione.
Un libro compatto e variegato, quindi, che malgrado la varietà ha alcuni elementi che fanno da trait d’union lungo tutto il testo. Tra questi, uno dei più ricorrenti è il lessico religioso, il quale rileva la presenza di contaminazioni provenienti dalle letture, come hanno già notato rispettivamente Giuseppe Condorelli e Davide Rondoni, di San Paolo e dei Vangeli.
La prima ricorrenza avviene all’interno di Centochiodi, la seconda poesia della prima sezione. Attraverso un riferimento biografico destinato alla dedicataria della stessa poesia, si cita una delle celebrazioni liturgiche più importanti per la cristianità: il «Venerdì santo» (10), con cui si apre la lirica. In epigrafe a Un 25 novembre, circa (11), la citazione di una delle Lettere ai Romani, mentre la stessa sezione si chiuderà con le seguenti parole: «Lo inventi / un po’ esorcismo un po’ preghiera» (17).
All’inizio della sezione Falsi indizi l’io del presente si dà il cambio con quello del passato, come emerge dall’indiretto scambio di battute riportate nei primi due versi: «Dice che sono io ieri, mi augura ogni bene / questo di sbieco uscito proprio adesso / in sordina». E, poco più avanti, si ritrova un lemma connotato da una forte impronta religiosa: «sudario» (35).
Anche nella sezione Tra due impossibili, dove sin dalle prime poesie emerge un magnifico affresco del capoluogo etneo, Russo inserisce qua e là qualche parola tratta dall’universo semantico della religione. In questo caso il primo riferimento è nella poesia incipitaria, La lunga fuga, dove il cambiamento della città che ha dato i natali al poeta non riesce a superare la continuità tra passato e presente, per cui balconi, storie e volti non cambiano col passare degli anni «e la stessa / è la lunga via di fuga barocca / dal Duomo alla montagna che è facile / immaginarsi turisti un sabato mattina di sole a novembre, sessant’anni fa come ora» (p.45). Con questa distanza, la lirica successiva, tratta ancora della città di Catania. A differenza della precedente, immersa nel centro storico catanese, sin dal titolo l’ottica è quella della lontananza, attraverso la quale emerge tutto il potere evocativo che dal profilo stesso della città riesce a scaturire, assieme al legame che si crea tra un territorio e chi lo vive. Infatti dirà che «per fede / chiameremo questo madre e padre insieme /o ventre» (46).
In Riscatto, nella stessa sezione, si parlerà di schiodare «le restanti croci / lo scisma» (49), mentre in Sulle case i riferimenti al campo semantico considerato sono due, nei versi «Bastava leggerlo nei cieli / con parole vecchie e devozione di aruspici» e in «E non si dica / giovane o vocazione naturale» (50).
Circa le poesie appartenenti a Per testimonianza e linea di basso, dove si è già osservata la rilevanza particolare del religioso, ribadiamo che questo assurge a tema dominante della sezione.
All’interno della prima poesia Russo trasporta il lettore in un’atmosfera biblica, dove tra deserti e geroglifici una voce parla a nome del suo popolo, sostenendo che, avendo perso la stella che li guidava, proseguire nel loro viaggio sarebbe stato impossibile; da nomadi (in direzione della terra promessa?) a sedentari, la voce descrive con parole rassegnate come la forza dell’abitudine abbia avuto la meglio.
Anche nella lirica successiva c’è un tu a parlare, un pescatore, che si rivolge ai compagni ancora titubanti per aver seguito un volto «bizantino» (28), questo il primo aggettivo che lo descrive, dopo aver passato intere giornate con le reti vuote. È dunque difficile non scorgere degli echi dell’episodio narrato nel Vangelo di Giovanni, dove Cristo, risorto ma non ancora riconosciuto dai suoi discepoli, si rivolge ai pescatori affamati dicendogli di gettare le reti dalla parte opposta, dove realizzeranno una pesca miracolosa.
Infine sembra una preghiera la quarta poesia della sezione, che per commentare si riporterà per intero:

 

Siamo qui, in quest’ora di carne e paura
e tu dietro quel rinforzo di cemento?
O nell’occhio del gufo o in che ansa del vento?
Sarebbe più facile dire: ecco, questa notte ti nego.
Ma non il corpo. Con il corpo ti cerco. Il corpo
non finge. Avvicina il calice, se devi, sono
un’anima triste e questa cicatrice
fino alla morte.
Diminuisci, nella grazia, il nostro ego (30).

 

In questa poesia, che per l’ansia espressiva sembra ricordare da vicino il complesso rapporto di Mario Luzi col religioso (si veda, ad esempio, la sua A che pagina della storia), all’interno dei primi versi ritroviamo una serie di interrogativi, dove ci si rivolge a un qualcosa che sfugge di continuo, invisibile e onnipresente presenza nel quotidiano. Nell’ora di paura anche le certezze più salde vacillano e il bisogno di un segnale concreto della presenza divina sembra farsi più forte, fino a quando la voce arriva ad accarezzare la facile possibilità di negare la sua fede, a causa dell’assenza di riscontri. Si tratta di una finzione, di una menzogna a cui lo stesso corpo si ribella, ricominciando la ricerca e scrollandosi di dosso l’illusione, fino a quando non si giunge all’invocazione finale, alla richiesta di affievolire l’individualità dentro la grazia divina.
Concludiamo questa immersione nella vertigine di Russo con un’altra lirica significativa della relazione che intercorre tra l’autore e il religioso, Pietra, dalla sezione Dove chiami:

 

Trenta volte avrei dovuto rinnegarti
strozzare il gallo con le mie mani
se avessi saputo, se almeno fosse finita
in quell’alba o con uno scherzo… E quella voce
dal freddo delle galassie mi scruta,
seziona ogni millimetro la voce
Tremenda con cui mi chiami: “Pietro
tu mi ami?”. Fosse stato maledetto
il mio nome “…su questa pietra…”
avrei dovuto spaccarmici la testa, lasciare
che il sangue mi abbandonasse a fiotti
o cingerla al collo e giù nel primo fiume.
La tengo tra le mani, la soppeso, la interrogo
invece, il suo silenzio come le tue parole
mi spaventa la sua compattezza, già
dirama in sé una cattedrale mentre mi sgretolo (57).

 

A parlare, è evidente, è l’apostolo Pietro, secondo la tradizione considerato il primo papa della Chiesa cattolica. È un linguaggio particolarmente forte quello che emerge dalle parole del suo indiretto, la grandezza dell’atto assegnatogli lo induce quasi a ripentirsi, nonostante sappia benissimo dell’impossibilità di sfuggire alla volontà divina, da cui lo sfogo che lo induce a fantasticare un improbabile suicidio. All’interno dei versi finali è poi semanticamente rilevante il contrasto che si genera tra la compattezza della pietra, simbolo della chiesa secolare, e lo sgretolarsi del suo primo pontefice, che sembra soccombere sotto il peso incombente di una cattedrale.

 

[Domenico La Magna, recensione a: P. Russo, A questa vertigine, italic, Ancona 2016, pp.72]

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *